Spazio per un ricordo

Cinque anni fa circa camminavo lungo una spiaggia deserta.

Per chissà quante persone in questo mondo immenso e vario sarà qualcosa di molto poco eccezionale, ma per una ragazzina cresciuta nella provincia di Milano le cui vacanze estive avevano luogo per lo più nel bel mezzo della Baviera è stato diverso.

Sylt non è un’isola selvaggia o sperduta, ma era la prima settimana di giugno, quindi nel Mare del Nord era decisamente bassa stagione.

Erano le undici di sera e il cielo era celeste. Una foschia primaverile e luminosa sfumava la linea dell’orizzonte nei colori dell’arcobaleno lì dove il sole era scivolato via poco prima.La sabbia sottile e fresca in cui affondavo fino alle caviglie a ogni passo si allargava pulita e non contaminata da altre presenze in ogni direzione. E il mare se la portava via, costantemente. Ogni onda scura orlata di schiuma che incontrava il frangente ne sottraeva una parte, in modo invisibile ma implacabile. Alle mie spalle l’erba che copriva le colline insisteva nel vano tentativo di tenere l’isola insieme, le lunghe radici affondate in profondità nella sabbia.

Per quella ragazzina, di lì a qualche giorno diciottenne, stare completamente sola su quella spiaggia sarebbe stato già abbastanza straordinario e immenso di per sé, ma sapere che l’isola, un istante per volta, veniva cancellata dall’acqua che la circondava ha trasformato un ordinario momento indimenticabile in qualcosa di più incisivo.

Ancora non vedo chiaramente che cosa mi abbia fatto e dove mi stia portando, ma solo oggi, dopo quasi cinque anni, ho capito che quel giorno, in cui tutto era immobile sotto i miei occhi e tuttavia mutava drasticamente senza mai fermarsi, mi ha cambiata in un modo così profondo che nemmeno io sono stata capace di sentirlo finora.

Sono passati cinque anni in cui ho ripensato spesso a quella sera, ma sempre e solo come a un momento indimenticabile e talmente bello da essere commovente. Cinque anni e le lacrime che mi salgono agli occhi ogni volta che lo ricordo non avevano mai avuto altro significato per me: solo un bel ricordo.

E dopo cinque anni mi ritrovo a cercare di capire che cosa mi stanno raccontando del mare dei linguisti tedeschi del secolo scorso o di due secoli fa che devo tradurre per una tesi di triennio per il resto non eccessivamente entusiasmente: i colori, la luce, la profondità del mare che descrivono con tanta accuratezza in una lingua che io comprendo con troppa approssimazione.

Non c’è nessun legame tra i loro tentativi di stabilire esattamente quale sfumatura della sua apparenza cercasse di descrivere Omero con delle parole antiche che nessuno, o quasi, ricorda più e questo mio ricordo, se non lo sforzo d’immaginazione che in entrambi i casi è stato necessario per fare almeno un tentativo di non parlare di un mare di carta. Per capire le loro parole, che nonostante le mie origini tedesche mi sono dolorosamente straniere, ho cercato nei miei ricordi un mare vero ed eccomi qui.

I miei pensieri mi hanno portata fuori tema, perciò sono venuta qui ad appuntare qualcosa che nella tesi non aveva spazio.

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