Lo straniero

Integrazione è una parola chiave della nostra epoca. Si oppone a xenofobia e scongiura gli estremismi.
Farla risuonare, copincollarla e ricinguettarla nell’aria e nell’etere è senz’altro una buona cosa, ma la rapidità, per non dire la simultaneità, con cui la comunicazione deve fare i conti oggi non permette che la riflessione in merito vada molto oltre a sondaggi sui social o proclami politici senza seguito alcuno.

Poiché mi trovo nella condizione di avere molto tempo libero in quanto neolaureata in cerca di occupazione e sono libera dalla pressione di dover produrre almeno un’opinione al giorno per tenere aggiornate le mie pagine social in quanto non ne posseggo, ho avuto modo di riflettere a lungo sulla questione e sono incappata in alcune constatazioni sulla mia situazione personale che credo illustrino più la mia condizione di essere umano che quella di individuo e che pertanto può essere utile condividere.

Mi spiego meglio. Ho sempre caldeggiato la necessità di attuare politiche e pratiche di integrazione con urgenza, poiché mi sembra che la paura del diverso sia qualcosa di istintivo e, in quanto tale, arginabile solo attraverso percorsi consapevoli di tale inciampo naturale. Nella mia mente questi pensieri suscitano immagini brulicanti e indaffarate di laboratori di confronto linguistico nelle scuole, ore di religione trasformate in ore di religioni, persino l’insegnamento della geografia potrebbe diventare improvvisamente l’occasione di rispondere o almeno di provare a rispondere a mille domande pressanti e interessanti (perché c’è un quartiere cinese in molte grandi città? Che cosa succede nei paesi da cui arrivano gli africani che vendono libri, braccialetti e accendini ai crocicchi e nelle piazze? Che cosa significa stato islamico? e così via).

È chiaro che nel mio pensiero l’integrazione passa attraverso la conoscenza. La paura dello straniero si vince rendendolo meno estraneo ai nostri occhi, avvicinandoci. Nel mio ragionamento tutto fila e io mi sento ottimista, vedo una direzione percorribile. Mi sento orgogliosamente parte di questo percorso quando mi informo sulla situazione politica del Burundi o quando sorrido impavida sulla metropolitana alla ragazza col ḥijāb seduta di fronte a me: gli estremismi saranno sconfitti.

È con tale slancio che ho dolorosamente sbattuto la testa contro una forma di estremismo inaspettata e a me talmente vicina da scuotere alle fondamenta tutta la teoria del conoscere e dell’avvicinarsi all’altro. Ho realizzato che nella mia vita l’unico spaventoso estremista di cui ho conoscenza diretta è mio padre, un uomo buono che ha deciso di dedicare la sua vita a dio e che sostiene di ricevere da lui indicazioni precise riguardo a come viverla. Seguendo queste indicazioni mio padre ha lasciato la sua attività commerciale per dedicarsi a un’inedita forma di pastorizia, incentrata con tale fermezza sul rispetto e sulla cura dell’animale e dell’ambiente in cui vive, da collidere frontalmente con più di una legge civile. Così, mentre la mia famiglia si dirigeva verso un graduale e inesorabile declino finanziario e affettivo, ho avuto modo di costruirmi, senza rendermene conto, una certa esperienza diretta con l’estremismo.

La prima osservazione che mi sento di fare è che l’estremista, pur essendo irragionevole, ha costruito una propria logica interna indistricabile e impenetrabile che ricorda in modo impressionante le scale chiuse su loro stesse rappresentate da Maurits Cornelis Escher. Quindi, benché mio padre mi sia vicino e sebbene io lo conosca e gli voglia bene, il nostro dialogo è claudicante e la comprensione reciproca irrealistica. Spesso mi sono interrogata sulle cause del suo estremismo. Talvolta mi sono detta che doveva essere colpa della sua ignoranza, altre volte ho pensato che fosse una reazione agli eventi traumatici e alle delusioni della vita, altre ancora mi è parso di vedervi una difesa da una solitudine esistenziale e ogni tanto ho pensato che si trattasse di una sua specifica forma di follia. Non so quale sia la risposta, ma in tutte queste eventualità c’è comunque un denominatore comune: ognuno di questi aspetti renderebbe o avrebbe reso l’interazione e l’integrazione sociale di mio padre estremamente difficile, se non talmente soverchiante da spingerlo a rinunciarvi e a preferire la sicurezza del suo mondo interiore, alla costruzione del quale egli dedica una cura esasperata.

Il rapporto con l’altro, anche quando costui non è uno straniero esotico che parla una lingua incomprensibile, è una realtà insidiosa, che richiede un esercizio faticoso e paziente e nel quale viene costantemente provato il proprio equilibrio personale. In esso nessuno è immune da ferite profonde e sottovalutare l’importanza di un’educazione costante e specifica in questo campo è sicuramente più rischioso dell’ignoranza delle lingue e dei costumi altrui.

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