Aspera et foeda

Sono figlia di strani immigrati. Nessuno mi ha insegnato ad amare la mia terra. Nessuno mi ha mai neanche spiegato che ho una terra che mi sia materna.

Mia madre ha lasciato la Germania per sposarsi. Una tedesca che si trasferisce in Italia per amore fa immaginare le avventure romantiche di un’algida teutonica alla scoperta della pittoresca e calorosamente marezzata italianità. Non è proprio questo il caso. La sua regione di provenienza è la vivace e, essa sì, pittoresca Baviera, con le sue rubizze velleità indipendentiste, l’amore nostalgico per l’ultimo re che l’ha governata – un romantico ed eccentrico mecenate, affogato in circostanze a dir poco misteriose – e le colline morbide coltivate a luppolo intervallate da fiabesche foreste di conifere. Di converso la regione in cui si è trasferita è la piatta Lombardia, famigerata per l’arido pragmatismo dei suoi abitanti. E, per colmo di sfortuna, la città che l’ha accolta al momento del suo espatrio è uno di quei comuni dell’hinterland milanese da cui gli abitanti si allontanano per svolgere qualsiasi funzione vitale non sia possibile espletare in stato di incoscienza.

Mio padre, d’altra parte, non è uno degli autentici brianzoli, effettivamente pragmatici, ma anche affascinanti per via dei loro dignitosi silenzi e giustificatamente fieri delle proprie origini cosmopolite per tradizione antica. Raggiunse la Lombardia a sei anni, strappato dalla campagna piemontese, terra in cui a sua volta era nato figlio di migranti: i contadini veneti che hanno ripopolato le proprietà terriere abbandonate per una vita urbana nuova di zecca a Torino.

In tutto questo andirivieni è forse superfluo chiarire che i miei genitori non hanno mai amato l’angolo di provincia milanese in cui mi hanno cresciuta. Non li si può biasimare d’altronde, poiché bisogna ammettere che nemmeno i nativi dimostrano particolare rispetto o cura, né tantomeno amore per Meda. E questo accade anche in molti dei comuni circostanti, dove la crescita urbanistica è stata bulimica e dissennata. Quando da bambina andavo a trovare le mie zie bavaresi ero violentemente colpita dal fatto che appariva esserci un non so che di unitario e gradevole nel paesaggio umano di quelle zone, come se vi presiedesse una volontà superiore volta al bene comune. All’epoca tutto questo mi appariva così straordinariamente esotico da sembrarmi soprannaturale. Solo in età adulta ho compreso che l’unitaria volontà superiore che ha plasmato tali meraviglie è prosaicamente burocratica e non ha niente a che vedere con divinità o creature boschive germaniche.

Da piccola in ogni modo i tetti a spiovente e le facciate intarsiate di travi dai colori contrastanti con il tufo giallo e rossastro, per non parlare delle ondeggianti colline lussureggianti, mi avevano completamente rapita. Il confronto con il cemento armato crepato e muffito, che si estende senza soluzione di continuità ovunque lo sguardo si volga nella mia città natale, è effettivamente impietoso. Per di più ero confusa da alcuni stereotipi su cui sin dalla più tenera infanzia mi sono arrovellata. Vivevo nella più pudica e composta regione della penisola, e ogni volta che nominavo le mie parziali origini tedesche sentivo qualcuno nominare per contrappunto la proverbiale calorosità italiana. Confermavo la convinzione comune più che altro per educazione, ma conservavo non poche perplessità. Questo perché la Baviera, nonostante sia la più ricca regione della Germania, proprio come lo è la Lombardia in Italia, è al contempo anche una delle più calde, ridenti e aperte, proprio come non lo è la Lombardia in Italia. Ho compreso la distanza fra la calorosa ospitalità italiana e la formalmente impeccabile accoglienza tedesca solo quando, molti anni dopo, ho iniziato a frequentare il Salento. Ma questa è un’altra storia, in cui inaspettatamente sono io la donna piovuta per amore dal nord in una terra arsa, che come il suo grano è resa dall’arsura sapida e pregiata nelle vestigia e negli animi. Per ora mi limiterò a tentare di fare un po’ d’ordine nelle mie terre d’origine.

Da ciò che ho raccontato finora si potrebbe evincere che il disamore dei miei genitori per la terra in cui vivevano li abbia portati a insegnarmi la nostalgia per le loro terre di provenienza, ma non è nemmeno questo il mio caso. Si può dire che mio padre abbia avuto un’unica indelimitabile patria: la natura. Sembra retorica, ma forse mi crederete se vi confesso che, in questi tempi di crisi economica, mentre tutti agognano un qualsiasi tipo di contratto lavorativo, si è licenziato per fare il pastore senza fini di lucro. Era poco più di un infante nell’unica fase della sua vita in cui ha amato profondamente il luogo in cui viveva, perciò quello che mi può raccontare non sono la storia e le tradizioni del Piemonte rurale degli anni Cinquanta, ma i giochi in cascina, con gli animali. Questa sua patria primordiale è tuttavia parte del suo paesaggio interiore più caro e riposto e forse per questo non l’ha mai davvero potuta condividere con altri. Del Veneto non mi ha mai parlato. Se ne conosco gli accenti linguistici e i panorami antichi è solo grazie ai resoconti sulla loro infanzia di cui i nonni sono prodighi.

Mia madre invece appartiene a quella generazione di tedeschi che hanno ricevuto un’istruzione non abbastanza distante dalla fine della Seconda Guerra Mondiale da permettere loro di farsi un’idea chiara della propria patria. Per prima cosa durante tutta la sua vita in Germania le Germanie erano due. L’altra Germania per il programma scolastico era a tutti gli effetti un paese straniero, pertanto mia madre tuttora fa un’incredibile confusione quando si parla della sua geografia. Bisogna poi aggiungere il fatto che la storia insegnatale non osava ancora affrontare gli anni più recenti e probabilmente anche quelli meno recenti erano spiegati in modo blando e confuso da maestri che nel migliore dei casi si vergognavano della storia del proprio paese.

Insomma, di fronte alla mia ammirazione per la bellezza paesaggistica della sua regione natia e alle mie incalzanti domande sulla nostalgia che doveva senz’altro provare per essa, mia madre si è sempre comportata con vaghezza e con una quasi ostentata indifferenza. La maggior parte delle volte le mie interviste infantili hanno suscitato solo affermazioni enigmatiche come: “Non mi manca la Germania, preferisco il clima italiano”.

A questo punto sembrerebbe scontato concludere che la relazione con i miei territori d’appartenenza è una storia controversa in cui l’amore per la propria terra è un mistero incompreso. Nella confusione caleidoscopica della mia infanzia è stato davvero così: nessuno mi ha spiegato nulla delle mie origini non chiare, e incredibilmente ho preso coscienza solo dopo anni che il dialetto parlato nel mio quartiere non era brianzolo, bensì veneto, perché quasi tutti i veneti cha erano giunti a Meda, insieme ad alcuni calabresi e siciliani, erano confluiti in un nuovo quartiere, non lontano, ma allo stesso tempo confinato in un altrove metafisico, rispetto al centro storico della mia città natale. Solo quando a diciotto anni sono stata espiantata bruscamente nella realtà di un paesino sperduto nelle valli bergamasche, ho cominciato ad intuire la natura composita di quella da cui provenivo, che quando ero bambina mi era sembrata monolitica e non bisognevole di spiegazioni.

Quella dell’amore per la mia terra d’origine è una storia di faticosa conquista e di testardo lavorio filologico. Il lavorio filologico riguarda ovviamente le mie terre lontane, la Baviera e il Veneto, ed è stato l’innamoramento più semplice, nonostante sia stata necessaria tutta la curiosa insistenza di cui sono capace per ricostruirne un ritratto personale. Per qualche motivo sia mia madre, sia i miei nonni hanno mantenuto sempre una certa reticenza all’elogio delle loro origini, forse perché, l’una per atrocità e gli altri per miseria, in entrambi i casi hanno sentito di doversene vergognare.

La faticosa conquista è stata invece quella operata ai miei danni da una terra difficile da amare, ma che mi è stata madre, per quanto io abbia ripetuto con ossessiva insistenza, più a me stessa che agli altri, di non esserle figlia. Finché ho vissuto chiusa nell’hinterland non ho mai capito la follia di vivere nel cemento incolto e sovraffollato di nevrosi che circonda Milano. L’ho percepita a lungo come una città disumana e muta, dalla cui orbita sarei fuggita non appena possibile.

Quando sono tornata a Meda per frequentare l’università a Milano, ho cominciato a vivere come vive la maggior parte della provincia, ovvero da pendolare: ogni giorno un’andata e un ritorno. Il ritorno per chi vive intorno a Milano però è insolito perché non accade la sera, quando apri la porta di un’abitazione semi-abbandonata con le persiane sempre serrate, bensì la mattina prestissimo, quando attraversi le strade del centro ancora per poco silenziose, mentre gli abitanti si affrettano compiti al daffare quotidiano e i turisti ancora dormono o sono lontani. Allora, avvolta da un silenzio surreale e consapevole di recarmi a svolgere un’attività che ho amato più di ogni altra e alla quale bramo di dedicare la mia vita tutta, provo ogni volta l’intima gioia di chi ritrova casa dopo averne sentito dolorosamente la nostalgia. Milano è una casa fragile, fatta di quello che si vuole essere, di sogni inseguiti e non sempre raggiunti, è una casa labirintica, in cui è facile perdersi, ma quando ciò non accade e ogni giorno vi si torna per essere la persona che si è scelto di essere, allora si vive una vita da privilegiato, che non tutti i luoghi possono elargire: eden dei pochi che vivono per il proprio mestiere, inferno dei molti che lavorano per sopravvivere.

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