L’Antigone in Ade

Persefone: Benvenuta nel regno dei morti, mia cara.

Antigone: Salve, dea.

Persefone: Ecco finalmente la famosa donna che ha preferito essere condannata a morte, piuttosto che accettare il divieto di seppellire il cadavere di un fratello. Non vedevo l’ora di conoscerti.

Antigone: È tardi, mia signora, per potermi conoscere. Ormai sono morta. Non sono più che un ricordo.

Persefone: Che cosa vuoi dire? Non sei stata tu a scegliere la morte? Perché ora la svilisci? Non sono forse tue le celebri parole “Ben più a lungo dovrò essere cara ai morti che ai vivi”?

Antigone: No, non sono parole mie. Io ho amato la vita e i vivi, è per loro che sono morta. Tu avrai sentito raccontare la mia storia da uomini.

Persefone: Eppure sei qui per amore di un fratello che ormai era morto, hai ritenuto il suo cadavere a te più caro della tua stessa vita.

Antigone: Che non abbia capito Creonte non mi ha sorpresa, ma che proprio tu, Persefone, non comprenda, mi meraviglia.

Persefone: È quindi vero ciò che si dice? Hai preferito morire piuttosto che continuare a vivere infrangendo la legge divina che impone di avere cura della salma di un congiunto celebrando i riti prescritti?

Antigone: Con sacro rispetto parlando, sarai pure dea e sovrana degli inferi, ma mi sembri priva non solo di onniscienza, ma persino di acume. Ti ho appena detto che amo sopra ogni cosa la vita, non gli dei; senza che questo si traduca in alcun tipo di disprezzo nei vostri confronti, intendiamoci, non coltivo questo tipo di pregiudizi. Voi divinità olimpie fra tutte siete poi le mie predilette, incuranti come siete di mostrare attraverso azioni spesso avventate e sciagurate, se non persino goffe e ridicole, il vostro lato più vitale.

Persefone: Tu sì che sei abile nell’aspergere di miele il boccone amaro del farmaco! Non è necessario comunque, sono abituata alle angherie di voi anime perdute, non preoccuparti, non la prendo più sul personale ormai. Da vivi mi rintronate le orecchie di salamelecchi imploranti e poi, appena abbiamo occasione di incontrarci dal vivo – pardon – di persona, vi comportate come se fosse colpa mia se avete perso la vita per aver solcato baldanzosamente il mare in tempesta o tradito una moglie collerica. Da morti diventate incredibilmente rancorosi, sebbene nichilisti. Ma tornando a noi: ancora non capisco in che modo la tua morte dimostri un’amore per la vita. Spiegati meglio e non fare la Pizia, suvvia.

Antigone: Non volevo atteggiarmi a profetessa invasata, pensavo solo che il senso delle mie affermazioni fosse ovvio per chi come te è stata caricata di peso dal suo futuro marito su un carro in corsa e trattenuta in una dimora tetra come l’oltretomba con lo stratagemma di offrirti un melograno maledetto. Non solo Ade ha strappato il tuo corpo, come se fosse parte del paesaggio, dal giardino in cui giocavi con le Ninfe, ma ha fatto sì che vi si insinuasse con l’inganno il veleno che l’ha trasformato irreversibilmente in proprietà del regno dei morti. Ed eccoti qua: una fulgida dea che non può disporre liberamente del suo corpo e della sua vita, se poi si possa dire di voi divinità che ne siete dotati.
Mio fratello era morto ormai, è vero, ma il corpo era l’ultima sacra traccia del passaggio della sua esistenza sulla terra, destinato a rimescolarsi alla vita disperdendovisi. Né Creonte né le leggi dello stato dovevano avere il diritto di disporre del suo corpo come di un oggetto, per di più sgradito. E gli dei non c’entrano con tutto ciò. Sono le vostre leggi a riconoscere la sacralità della vita e non la sacralità della vita a essere sancita dalle vostre leggi, sarai d’accordo con me, tu che il giorno in cui hai perduto il piacere di camminare tra i fiori primaverili hai pianto tanto da convincere tua madre, dea delle messi, a imporre un inverno permanente all’umanità finché non ti venne concesso di tornare sulla terra per metà dell’anno.
Sono morta perché la follia di un tale illegittimo potere diventasse evidente a tutta la cittadinanza e vi fosse di conseguenza una maggiore probabilità che ciò cambi. Non sono morta con gioia, ma con rammarico. Non so quale assurda follia alberghi negli animi dei poeti che cantano esaltati la bella morte. Sono uomini, credo che sia questo il problema. Pensano che il corpo sia utile solo quando, muscoloso e scintillante d’olio, si slancia alla conquista di imperitura fama in battaglie e gare atletiche, per il resto coltivano la convinzione che sia irrilevante nell’esprimere l’essenza di un essere vivente, compito invece del pensiero. Scommetto che qualcuno di loro arriverà un giorno, se già non è accaduto, persino a sostenere che l’anima, eccellente e infinita, vive nel corpo come in una prigione.
Noi due, che abbiamo il sommo privilegio di essere relegate per sempre in questo luogo (letteralmente) dell’anima, possiamo invece affermare con amara certezza che ben più tremenda prigione è l’esilio dell’anima dal corpo. Alle nostre menti resta solo lo struggente ricordo di tutto ciò che esso ci ha permesso di conoscere ed essere. Mai più potremo distinguere un raggio di luce che ferisce l’ombra, mai più sentiremo il profumo dei fiori di tiglio passeggiando al tramonto o l’odore rasserenante della pelle dell’amato, e non ci sarà più concesso di toccare con le piante dei piedi l’erba rorida all’alba o accarezzare il pelo tiepido del collo d’un puledro. E se non avessimo avuto occhi, naso, mani e piedi, se non avessimo mai avuto sangue, oggi non conosceremmo nulla di tutto ciò che ho elencato, non avremmo nemmeno memoria.
Eccola la sacralità del corpo: ci scorre dentro, palpita, batte e ci determina, non abbiamo bisogno che siano gli dei a sancirla e nessuna legge umana dovrebbe dimenticarla. Alle donne è dato comprendere tutto ciò con maggiore naturalezza e questo fa di noi esseri benedetti. Mia sorella Ismene mi disse, per dissuadermi dal trasgredire al decreto di Creonte, che dovevamo ricordarci di essere solo due donne, incapaci di tener testa agli uomini che ora detengono il potere. Si potrebbe pensare che con il mio agire io abbia voluto far valere il pensiero di una donna, oltrepassando un limite imposto a me in quanto donna, ma non è così. Sono morta perché ho scelto di dare espressione a quanto di più umano risiede dentro di me e ho infranto una legge che calpesta l’umanità. Tutto ciò è stato chiaro e inevitabile per me, questo sì, perché sono donna e il mio corpo mi ha insegnato chi sono, Ismene invece ha lasciato che le venisse spiegato da un uomo e perciò non ha compreso la mia scelta.

Persefone: Ora basta parlare, cara, è il caso di dire che avremo l’eternità per farlo. Solo una volta all’anno invece, in occasione delle feste Antesforie, che gli uomini celebrano in mio onore al dischiudersi dei primi fiori, gli dei concedono alle anime dei morti di risalire verso la superficie per allietarsi della vita e della luce.
Sei stupita. L’hai sempre ritenuta una favola per ingenui, giusto? Vieni, mia diletta miscredente, sorreggimi durante la salita: l’umidità dell’averno mi è entrata nelle ossa.

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