Senza filo

Ariadne era una fanciulla antica. Il suo distacco dal mondo avvenne presto, a causa della sua strana forma di follia. I medici avevano diagnosticato un’anomalia neurologica che faceva di lei quasi un fossile vivente. Infatti la sua mente aveva conservato una modalità di pensiero arcaica, confusamente testimoniata da forme di cultura ormai per lo più dimenticate. Secoli fa l’umanità ha realizzato un balzo evolutivo che ha separato vertiginosamente le generazioni che vi si sono trovate a cavallo. Un cambiamento così repentino non si era mai verificato nel corso della sua storia, e per questo motivo secondo gli scienziati può ancora accadere che inaspettatamente nascano individui che non presentano le nuove caratteristiche e che sono condannati a vivere una vita fuori dal tempo, solitaria ed effimera.

Viveva in una villa dall’aspetto abbandonato, immersa nel verde incolto delle colline fuori città e trascorreva le giornate nell’insensatezza, immersa nella lettura di desueti supporti scrittorii. Quasi nessuno si ricordava più di lei: i suoi stessi genitori, fino al giorno della loro morte, non avevano potuto fare altro che crescerla nella loro casa come un’impenetrabile estranea, incomprensibile non perché incapace di parlare, ma poiché le sue modalità di articolazione del pensiero in parola non erano decodificabili nemmeno dal sangue del suo sangue. Usava parole note combinate in fulminei vortici e contorti meandri che nessuno era in grado di seguire per più di qualche secondo. La capacità di attenzione di ogni suo possibile interlocutore sulla faccia della Terra era adattata a un sistema di conoscenza che non aveva più nulla a che vedere con il suo. Nessun uomo ha più la necessità di apprendere alcunché, perché nel momento stesso della nascita acquisisce una nuova facoltà intellettuale: l’onniscenza. Tecnologia e esseri umani hanno dato vita a questo miracolo evolutivo che li ha resi divinità in carne e ossa.

Tutto ha avuto inizio con l’invenzione di una rete di dati potenzialmente infinita e condivisibile istantaneamente dall’intera umanità. In poco tempo chiunque ha avuto la possibilità di accedere infinite volte e in ogni momento a qualsiasi informazione prodotta da ciascun essere umano in qualunque punto del globo. Inizialmente si trattava di una protesi alquanto scomoda e poco funzionale, ma in breve è giunta a tali livelli di raffinatezza da non essere più percepibile come qualcosa di esterno, e tutto è cambiato. Si tratta della più grande rivoluzione biologica e sociale della storia: il pensiero stesso ha acquisito una nuova sede, un organo più potente e perfettamente identico per ogni individuo, azzerando in questo modo qualsiasi arbitrario squilibrio nella distribuzione dell’intelligenza. L’onniscenza garantisce un’equità sociale senza precedenti.

I casi clinici come Ariadne sono rarissimi e per lo più non sono mai stati un problema. Vivono come esseri di fiaba dimenticati da un mondo che è andato oltre l’ignoranza.
Come ogni giorno passeggia nel suo giardino, occupandosi amorevolmente del fitto intrico d’edera e vite che vi proliferava ovunque formando cunicoli e meandri, i quali per i pochi che li hanno visti erano una chiara immagine della sua mente malata. Di notte, quando nessuno poteva vederla, si muoveva ondivaga fra quelle tortuosità con passi lenti che somigliavano a una danza preistorica. Prigioniero al centro del giardino, avviluppato da viticci e pampini, stava un vecchio albero d’alloro, di dimensioni impressionanti. I rami più alti svettavano ben visibili anche da lontano e portavano appesi dei frustuli di carta, un materiale obsoleto e deperibile che la giovane recuperava chissà dove. Ognuno di essi portava iscrizioni in caratteri differenti che erano causa di profonda inquietudine per chi li aveva potuti scorgere.

Un’altra peculiarità degli individui come Ariadne è la passione reazionaria per le lingue. Appare incomprensibile, ma sembra che provino piacere nell’addentrarsi nell’alienazione del disperante proliferare di lingue che ha ammorbato la nostra specie per millenni. Oggi sono viste con grande sospetto perché segno dell’imperfezione a cui l’uomo è stato condannato da un dio, apparentemente senza possibilità di riscatto. Eppure ormai Babele è solo uno spiacevole incubo primordiale: l’uomo stesso possiede caratteri divini e parla una sola lingua superiore, sulla cui integrità vegliano esperti moderatori in ogni angolo del globo e programmi di correzione automatica in ciascun dispositivo di produzione testuale.

Dopo aver finito di potare con cura le siepi di rampicanti, si diresse verso il grande portone di

quercia e lo richiuse dietro di sé. Posò le cesoie in un piccolo mobile dalle ante intarsiate di marmi variopinti e salì l’ampio scalone. Gli spazi fra le colonnine del corrimano che fiancheggiava le scale su entrambi i lati erano stati chiusi con assi di legno nella parte esterna in modo da creare lo spazio per inserirvi strette mensole stipate di libri. Tali primitivi e limitanti contenitori di conoscenza foderavano ogni superficie della dimora. Sembrava che Ariadne non avesse fatto altro nella sua giovane vita che recuperarne il maggior numero possibile da mercanti antiquari. Nonostante la magnificenza estetica di una simile collezione, essa e lo studio incessante della fanciulla risultavano insignificanti per colmare la distanza fra la sua mente limitata e il portentoso strumento di cui i suoi simili erano dotati. Era rimasta inesorabilmente isolata nel suo squilibrio, estranea a un’umanità dalla quale il progresso ha estirpato ogni altra forma di malattia mentale.

Percorse il corridoio in cima alle scale fino in fondo, si accovacciò in una delle poltrone sgualcite disposte nell’antro del bovindo e rimase lì seduta con le luci spente, osservando la città in lontananza, ben visibile attraverso le vetrate nel suo sfolgorio di luci intermittenti. Era abituata alla solitudine e non vi faceva ormai più caso. I pensieri le scorrevano fluidi e fulminei nella mente susseguendosi rigorosi ,come perle di un rosario mosse lungo un filo da mani esercitate, e con altrettanta destrezza potevano cambiare direzione più e più volte, arrivando persino a rigirarsi su se stessi, senza smarrirsi.

Le era stato chiaro sin dall’infanzia che tutti coloro che la circondavano non erano in grado di cogliere nemmeno un barlume di questi procedimenti intellettuali. Avevano smarrito tali processi, insieme al desiderio di conoscenza. Molti avevano interpretato il percorso compiuto dall’umanità come un’ascesa prodigiosa, poiché chiamavano la loro condizione attuale onniscienza, riconoscendovi un attributo considerato precedentemente divino. Tuttavia, anziché trarre giovamento dall’enorme massa di dati garantita a ogni individuo, si era diffusa la falsa convinzione che a questo corrispondesse il massimo grado di conoscenza e avevano rapidamente relegato la propria mente al meccanico e mortificante compito di intermediario fra il mondo esterno e l’enciclopedia universale di cui erano artificialmente e miracolosamente dotati. Convinti di sapere tutto, avevano smesso di porsi domande: il loro cervello non interrogava più se stesso, ma l’enciclopedia a cui era connesso, con lo stesso fiducioso e stolto abbandono con cui si interrogavano nei tempi antichi gli oracoli. La loro portentosa evoluzione consisteva in realtà in una parziale atrofia cerebrale, compensata grottescamente dall’affinatissima tecnologia creata dalle generazioni precedenti. Della generazione attuale nessuno sarebbe stato in grado di inventare da zero, con la propria capacità creativa le stesse tecnologie. Ariadne, come forse pochi altri sporadici esseri sapeva che il tempo dell’uomo sulla Terra era destinato ormai a una fine imminente. Rifletteva sull’ironia crudele che faceva di lei – considerata irrimediabilmente malata e destinata all’estinzione, e per giunta incomprensibile persino a chi avesse voluto provare a dare ascolto alla sua voce – l’unico vero oracolo attendibile. Questo le ricordò un antico racconto scritto in una lingua del Mediterraneo, in cui si narrava la storia di una prigioniera di guerra che vaticinò la fine dei suoi oppressori proprio mentre questa veniva messa in atto, ma a nulla servì, poiché era stata condannata a restare per sempre inascoltata da un dio che, amandola, non era da lei stato corrisposto. Disgraziatamente si sentiva più intimamente vicina a una donna forse mai esistita millenni addietro che allo sconosciuto che era entrato pochi giorni prima nel suo giardino, benché suo coetaneo.

Era stata una faccenda piuttosto curiosa, poiché normalmente l’umanità intera dimostrava un assoluto disinteresse nei suoi confronti, come del resto ormai per ogni cosa del mondo che non fosse essa stessa. Doveva essersi addentrato nel giardino incuriosito dai fogli ondeggianti fra i rami d’alloro. Si trattava di semplici citazioni, ognuna tratta da una diversa tradizione linguistica di cui era riuscita a padroneggiare abbastanza gli elementi per poterne leggere alcune opere significative e da queste scegliere un passo particolarmente amato da donare al vento come al vento soltanto era condannata a rivolgere ogni sua parola. Nessuno ormai compiva più atti così insensati, comprensibili solo per chi vi cogliesse un valore simbolico. La concezione stessa di simbolo stava scomparendo, insieme alla capacità di articolare frasi complesse.

Dunque il forestiero, andando alla ricerca dell’alloro, si era perso nelle vie disegnate dai viticci e fu

allora che Ariadne si accorse della sua presenza, poiché egli scoppiò in singhiozzi disperati quando comprese di non essere in grado di trovare l’uscita. Attirata da un pianto che incomprensibilmente giungeva dal folto del parco di piante infestanti, lo raggiunse. Era persino bello, nonostante si fosse rannicchiato a terra terrorizzato chissà da quale informazione fallace recuperata dalla sua mente in merito alla situazione in cui si trovava. Quando la vide, le venne incontro carponi e le cinse con le braccia le ginocchia, guardandola supplichevole. Intenerita dalla confusione del giovane, lo prese cautamente per mano per indurlo a rialzarsi e lo accompagnò lentamente fra le siepi. Strappando alcuni dei rami più teneri qua e là, mentre camminavano verso l’uscita, intrecciò per lui persino una ghirlanda decorata con bacche d’edera e pampini, pensando che in tale forma li avrebbe trovati meno spaventosi. Era stata gentile con lui, ma ugualmente non lo rivide più.

Il giorno seguente ricevette un’altra visita inattesa, ben più inquietante. Un signore distinto, con i capelli grigi aggiustati di fresco dal barbiere, suonò il campanello. Lo raggiunse al cancello e lo condusse attraverso il tortuoso giardino in silenzio, sorridendogli, fino all’uscio di casa. Con un gesto della mano lo invitò a entrare, lo fece accomodare in un salottino traboccante di libri come il resto della casa e gli servì un tè in un servizio di porcellana finissima sebbene sbrecciata e crepata in più punti, mentre l’uomo non riusciva a smettere di guardarsi attorno esterrefatto. Quando il vapore del tè si levò dalle tazze in riccioli voluminosi appannandogli gli occhiali, si ricompose e, sfregando con cura le lenti, iniziò a presentarsi parlando come se si stesse rivolgendo a uno straniero o a un analfabeta. Ariadne lo interruppe: “Probabilmente è stato male informato sul mio conto e per questo è convinto che io non possa comprenderla se non parlandomi a monosillabi, ma le assicuro che sono perfettamente in grado di capire ogni suo discorso”.

L’emissario sociale, così infatti si era qualificato, annuì energicamente con il fare di chi ha perfettamente colto il nocciolo della questione e proseguì, smentendosi simultaneamente: “Non servire che lei spiega me niente. No preoccupare. La società vuole trovare soluzione migliore per tutti. Domani, ore 11, potrà fare esami utili per sua salute in ospedale”.

Ariadne provò in modo più diretto: “Guardi che la capisco meglio se parla in modo normale.” “Certo, certo. Nessuno dice il contrario” rispose con tono condiscendente.
“Non ho bisogno di cure. Sono già stata visitata. Non c’è cura nel mio caso” aggiunse lei piuttosto seccamente.
“Non ci sono cure, giusto. Esistono però alternative” egli pronunciò le ultime parole con una gentilezza tale da farla rabbrividire.
“Forse non ci stiamo capendo: voi non potete fare nulla per me. L’unico vero problema è che ci è impossibile comunicare, poiché la vostra mente non vi permette di comprendere altro che ammassi di informazioni sintetiche e predigerite e, nell’arrogante convinzione di dominare tutto lo scibile, non provate alcun desiderio di conoscere ciò che vi è incomprensibile. Vi state accomiatando dalla vita come asceti che vivendo imparano a morire”.
Il funzionario interruppe il suo impeto con indulgenza affettata: “Comunicare…sì, la comunicazione è uno dei perni attorno a cui ruota la società contemporanea. Lei ha afferrato appieno: la questione è la sua incapacità di esprimersi, e questo, va da sé, fa di lei un problema.” Ariadne prese fiato con l’intento di protestare, ma prima che vi riuscisse il vecchio riprese: “Nello stesso discorso affianca incoscientemente concetti come comunicazione, ascesi e morte. Non solo lei è folle, ma vi è anche qualcosa di nefando e pericoloso nella sua mente, un’indecenza che è riflessa nel modo in cui conduce la sua esistenza insensata. Risiede immersa nei rifiuti in un luogo disumano e perverso. E non è tutto: si spinge persino a godere dello sgomento e dell’orrore che esso provoca negli altri”. Ariadne sussurrò stravolta: “Lei farnetica. Ciò che afferma non ha alcun senso”.
Il burocrate assunse un tono inquisitorio: “Nega di essersi compiaciuta di fronte al panico di un giovane sprovveduto?”.
“Naturalmente lo contesto. Gli ho sorriso per rincuorarlo, se è a questo che allude” la sua voce era fioca.
“E con lo stesso intento gli ha donato un oggetto maledetto?” la incalzò esultante.
“Ma di che cosa sta parlando? Non la capisco. La prego, se ne vada” un pallore lunare le era calato sulle guance.

“Il ragazzo si è tolto la vita. Il suo corpo dondolava appeso al ramo di un albero, il collo cinto da sarmenti di vite e tralci d’edera” i suoi occhi irradiavano trionfo.
Ariadne si sentì perduta. Barcollò sopraffatta dal dolore e maledì tra sé e sé la propria leggerezza. Poi incrociò nuovamente lo sguardo del suo interlocutore e notò l’incongruità della sua espressione. Capì che mai vi si sarebbero potute scorgere tracce di pena o compassione e lo cacciò con parole risolute: “Avete preferito il conoscere al comprendere e vi siete ormai ridotti a esseri aridi e insipidi. Quella che considerate onniscienza non è che sconfinata stoltezza e non sapete vedere l’ovvio: il destino della vostra stirpe è segnato. Porti il suo pensiero empio lontano dalla mia dimora e non osi fare ritorno” il suo sguardo dardeggiava sdegnoso. L’uomo, annichilito, trovò in quelle parole conferma della natura distruttiva della donna e fuggì. Nell’attraversare il giardino si perse come già era accaduto al giovane il giorno prima. I suoi lamenti l’avevano angosciata fino a sera, quando infine egli trovò per caso l’uscita.

Mentre riviveva per l’ennesima volta nel ricordo gli avvenimenti recenti, si addormentò, senza rendersene conto, e scivolò rapidamente in un sogno dolcissimo. Correva nel labirinto del suo giardino all’ora del tramonto. La luce filtrava rossa e liquida spezzando le ombre azzurre della sera. Correva folle di gioia, come una bambina divertita dal gioco e impaurita dalla sua serietà, le guance ardenti, il collo caldo, le mani fredde per l’umidità che calava fra la vegetazione. Nel sogno non solo il giardino, ma anche lei era bella, quasi una creatura sovrumana. I lembi del suo vestito si sollevavano dietro di lei, lasciando intuire il suo percorso al giovane, lo stesso che proprio lì si era smarrito, che la inseguiva ridendo e gridando il suo nome con finta disperazione.

Infine gli riuscì di afferrarla per un braccio e lei si voltò a guardarlo felice, ma subito si accorse che non era più lui. Due uomini la tenevano ciascuno per una mano, con delicata fermezza, come chi afferra un gatto che gli appartiene, e, rivolgendole sorrisi distanti come le stelle, la condussero ai piedi dell’albero. Insolitamente portavano posate sul capo una corona di foglie d’alloro l’uno e d’edera e vite l’altro. Il primo aveva uno sguardo limpido e atroce e un incarnato d’alabastro, mentre la pelle del secondo era resa bruna dal sole e gli occhi, languidi e allungati come quelli di una donna orientale, erano del colore delle viole. Ariadne li riconobbe, ma non osò pronunciarne i nomi. Erano il caos e l’ordine, l’equilibrio e la follia, erano l’essenza dell’umanità ormai perduta, il mistero impenetrabile della sapienza. Senza mai smettere di sorridere, ognuno dei due la trasse a sé e il corpo morbido e ancora caldo della fanciulla, tirato in direzioni opposte, si strappò a metà, lieve come un foglio di carta.

Non si svegliò mai più. Morì arsa viva nel sonno, insieme alla sua biblioteca: le pagine pulsavano vorticandole attorno nel ruggito delle fiamme che purificarono il mondo da tutto ciò che di umano vi rimaneva. Fuori dai cancelli della proprietà i rappresentanti della nuova umanità osservavano il rogo senza mai distoglierne lo sguardo. Reggevano fiaccole con cui avevano appiccato l’incendio e inutili lame, orpelli da folla invasata. Nessuno avrebbe più udito il suono ipnotico di una lingua straniera, perché sulla terra ormai non esisteva che una lingua imbalsamata, non sarebbe più stata composta una poesia, poiché nessuno era più in grado di infondere vita a una metafora, e nessuno più avrebbe danzato in circolo la danza del labirinto, poiché l’umanità si era persa in un labirinto nuovo, senza sangue e senza mito, dove non esiste discrimine, ma solo accumulo.

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