Di morte e memoria

Le persone muoiono. Tutte, senza esclusioni. Ogni tanto cerco di ricordarmelo. Non ho ancora ben capito se mi sia utile o meno, ma so per certo che non voglio rischiare di dimenticarmene. Già una volta ho compiuto una tale leggerezza e quello che ne è seguito è stato così doloroso che non credo di averlo ancora superato. O meglio, è stato così doloroso che ho scelto di non volerlo affatto superare. Non so se sia un meccanismo di autoconservazione o di autodistruzione, ma mi sono convinta in qualche modo del fatto che ricordare a me stessa che tutti devono morire, soprattutto le persone a cui voglio più bene e senza le quali fatico a immaginare la mia vita, sia fondamentale.

La sorpresa è che non è semplice come sembra.
C’è qualcosa nella mia testa che mi spinge all’incoscienza. Quando è morta mia cugina avevo sedici anni. Dopo la sua morte i miei zii hanno fatto stampare le sue foto più recenti per regalarle a chi le aveva voluto bene, affinché ne serbasse un ricordo. Quando le ho viste, sebbene fossero delle bellissime foto, mi sono ripromessa che non sarebbe stato quello il ricordo che avrei conservato di lei. Per la prima volta mi sono resa conto di quanto sia limitata l’immagine bidimensionale. Quella non era affatto mia cugina: la fissità dell’immagine annullava tutto ciò che la rendeva lei, le espressioni, la voce, la gestualità, il suo modo di interagire con me. Nella foto non c’era nulla di mia cugina come la ricordavo. Ero a tal punto shoccata dalla differenza, che mi sforzai immediatamente di rivivere dentro di me tutti i dettagli che ricordavo delle sue espressioni, ma mi resi conto che non era affatto semplice. Così, su due piedi, non ero in grado di rievocare i dettagli del suo volto. Ricordavo benissimo la sua voce, ma non il suo viso, e questo è strano perché siamo cresciute vicine e nell’ultimo periodo avevamo passato del tempo insieme più spesso del solito. Nei giorni dopo la sua morte ho trascorso giornate intere a sforzarmi di ricordare tutti i momenti passati insieme che ero in grado di ricostruire nella mia mente e ho scoperto che la mia memoria funziona in un modo totalmente diverso rispetto a come avevo sempre dato per scontato.

Non c’era in nessun luogo della mia mente un ritratto di lei che avesse i contorni nitidi della fotografia, eppure sapevo perfettamente che se la fotografia non corrispondeva al ricordo che serbavo, era le fotografia ad essere fallace. Non sono mai riuscita a scattare un fermo immagine dei miei ricordi che la rappresentasse. Eppure sentivo chiaramente che l’immagine in movimento e nebulosa che ne avevo e dalla quale ogni tanto emergeva un’espressione o una risata era più autentica di quella impressa sulla carta.

Quando ho capito a qual punto fosse labile la mia memoria ho istintivamente cercato di combattere quella fragilità dedicando il maggior numero di pensieri possibile a ricordarla, ripromettendomi solennemente che non avrei mai lasciato che le immagini stampate che mi risultavano totalmente estranee diventassero un giorno il ricordo di mia cugina.

Sono passati undici anni da allora. Ora, quando penso a lei, la prima immagine che la mia mente mi propone automaticamente è quella che si trova sulla sua tomba. Non sono stata capace di mantenere la mia promessa, nonostante ci abbia provato con determinazione, nonostante vi abbia dedicato ore e ore della mia vita, soprattutto nei due anni successivi alla sua morte. Ci sono stati pomeriggi interi in cui ho chiuso i libri, i miei adorati libri, e invece di studiare mi sono esercitata a ricordarla. Che senso aveva poi studiare? Non è forse solo memorizzare e interiorizzare conoscenze in modo tale da averle successivamente a disposizione dentro di sé? E se non ero in grado di ricostruire il volto di mia cugina a pochi giorni dalla sua morte, se talmente poco potevo confidare nella mia memoria, a che scopo continuare a fare affidamento su di lei?

Ho sempre dedicato eccessiva importanza ai miei risultati scolastici. Sono sempre stata fiera delle mie capacità intellettuali, in modo oltretutto schifosamente arrogante, pensando che ottenere appena la sufficienza fosse un risultato di cui vergognasi. Ho sempre fatto il possibile per non essere mediocre ma sopra la media in tal senso, facendone quasi una malattia. Invece dopo la morte di mia cugina prendere un’insufficienza non aveva alcuna importanza, mi era completamente indifferente persino un 2, che era in grado abbassare a tal punto una media da compromettere tutto il rendimento scolastico del quadrimestre. Sentivo di fare qualcosa di più importante, rispetto al quale studiare la prima ecloga di Virgilio o i grafici sugli assi cartesiani era una sciocchezza. Esistono milioni di libri in migliaia di lingue diverse che permettono a miliardi di persone di scoprire ogni giorno come duemila anni fa un grandissimo poeta latino ha formulato magistralmente dei versi destinati all’immortalità, ma in poche decine di anni sarebbe scomparsa ogni traccia del passaggio in questo mondo di una persona a cui avevo voluto profondamente bene sin dall’infanzia. Cercare di ricordarla mi sembrava un compito sacrosanto, al quale non potevo sottrarmi. E non l’ho fatto, non mi sono tirata indietro, nonostante fosse doloroso e snervante perché mi mostrava quanto poco fosse rimasto di lei in me. Eppure non è stato sufficiente.

Undici anni fa ho perso una persona a cui volevo bene in un modo improvviso e traumatico e ho capito che la morte non è un’entità separata dalla nostra esistenza, ma è il filo stesso con cui è tessuta. La morte è la nostra condizione esistenziale autentica. L’evoluzione biologica ci ha però concesso uno strumento in grado di permetterci una forma di immortalità: la memoria. Gli antichi greci ci erano già arrivati con un leggero anticipo su di me, quindi la mia scoperta non ha sconvolto il mondo, ma ha cambiato me in modo radicale. Credo sia stato allora che ho smesso di credere nell’immortalità dell’anima e ho scelto di dedicare la ia vita allo studio. Così per un po’ di anni sono stata un’adepta solitaria della setta della memoria: chiusa in casa, china sui libri a sforzarmi di imparare lingue che non solo non sono più parlate, ma quasi nessuno al mondo conosce più e che la quasi totalità della popolazione mondiale ritiene che non debbano avere spazio nel sistema d’istruzione, non vedevo nessuna causa più nobile a cui consacrare la mia vita.

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