Quando un abecedario ti segna per sempre

Ricordo con precisione quando ho imparato a scrivere. Avevo cinque anni. Passavo ore seduta per terra sulle piastrelle marroni del salotto, ai piedi dell’enorme ficus tanto amato da mia madre, nell’angolo più luminoso della stanza, tra la finestra e la vetrata. Aperto di fronte a me, con le pagine stirate bene con le mani per eliminarne le gobbe centrali e riuscire a essere precisa, c’era il libro Roselline. A vederlo ora mi sembra un oggetto vezzoso da zie che ricamano centrini, ma allora fu magia pura.

Ricopiavo le greche con attenzione maniacale, le coloravo stando dentro ai bordi e poi passavo alle lettere. Non so esattamente come, ma grazie a quel libro sono riuscita ad imparare a leggere e scrivere prima di arrivare a scuola. Ero completamente conquistata e non ho mai smesso di esserlo. Quando tornavo a casa riaprivo i quaderni e facevo i compiti volentieri. E poi scrivevo anche per conto mio. Ho riempito di banalità quotidiane un numero considerevole di diari segreti che poi prontamente buttavo quando, a distanza di anni, li rileggevo e mi vergognavo della goffaggine e dell’inutilità di tutti quegli scarabocchi.

Non so perché, ma la parola scritta ha sempre esercitato un fascino enorme su di me. E’ strano, a volte mi inquieta anche un po’. Sin da piccola ho preferito leggere quello che altre persone scrivevano piuttosto che ascoltare quello che le persone intorno a me dicevano. Sono sempre stata piuttosto solitaria. Ogni tanto ne soffrivo, ma la maggior parte delle volte mi dava un piacere enorme raggomitolarmi in un angolo di casa o del giardino a leggere. Talvolta penso di avere qualche tara psicologica. E forse è così.

Adesso scrivo quasi ogni giorno per lavoro. Essere pagata per scrivere mi sembra così assurdo che ogni tanto ci penso e rido tra me e me, incredula. Non scrivo niente di importante, non lo scrivo particolarmente bene e non vengo neanche pagata molto per farlo, ma comunque mi sembra incredibile. A volte, se mi soffermo a rifletterci, immagino che un giorno, prima o poi, qualcuno, come una sveglia, verrà da me e mi dirà “Ciccia, adesso devi cominciare a lavorare davvero”. Nel frattempo mi giro dall’altro lato, nel dormiveglia, e continuo a sognare.

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