Senza filo

Ariadne era una fanciulla antica. Il suo distacco dal mondo avvenne presto, a causa della sua strana forma di follia. I medici avevano diagnosticato un’anomalia neurologica che faceva di lei quasi un fossile vivente. Infatti la sua mente aveva conservato una modalità di pensiero arcaica, confusamente testimoniata da forme di cultura ormai per lo più dimenticate. Secoli fa l’umanità ha realizzato un balzo evolutivo che ha separato vertiginosamente le generazioni che vi si sono trovate a cavallo. Un cambiamento così repentino non si era mai verificato nel corso della sua storia, e per questo motivo secondo gli scienziati può ancora accadere che inaspettatamente nascano individui che non presentano le nuove caratteristiche e che sono condannati a vivere una vita fuori dal tempo, solitaria ed effimera.

Viveva in una villa dall’aspetto abbandonato, immersa nel verde incolto delle colline fuori città e trascorreva le giornate nell’insensatezza, immersa nella lettura di desueti supporti scrittorii. Quasi nessuno si ricordava più di lei: i suoi stessi genitori, fino al giorno della loro morte, non avevano potuto fare altro che crescerla nella loro casa come un’impenetrabile estranea, incomprensibile non perché incapace di parlare, ma poiché le sue modalità di articolazione del pensiero in parola non erano decodificabili nemmeno dal sangue del suo sangue. Usava parole note combinate in fulminei vortici e contorti meandri che nessuno era in grado di seguire per più di qualche secondo. La capacità di attenzione di ogni suo possibile interlocutore sulla faccia della Terra era adattata a un sistema di conoscenza che non aveva più nulla a che vedere con il suo. Nessun uomo ha più la necessità di apprendere alcunché, perché nel momento stesso della nascita acquisisce una nuova facoltà intellettuale: l’onniscenza. Tecnologia e esseri umani hanno dato vita a questo miracolo evolutivo che li ha resi divinità in carne e ossa.

Tutto ha avuto inizio con l’invenzione di una rete di dati potenzialmente infinita e condivisibile istantaneamente dall’intera umanità. In poco tempo chiunque ha avuto la possibilità di accedere infinite volte e in ogni momento a qualsiasi informazione prodotta da ciascun essere umano in qualunque punto del globo. Inizialmente si trattava di una protesi alquanto scomoda e poco funzionale, ma in breve è giunta a tali livelli di raffinatezza da non essere più percepibile come qualcosa di esterno, e tutto è cambiato. Si tratta della più grande rivoluzione biologica e sociale della storia: il pensiero stesso ha acquisito una nuova sede, un organo più potente e perfettamente identico per ogni individuo, azzerando in questo modo qualsiasi arbitrario squilibrio nella distribuzione dell’intelligenza. L’onniscenza garantisce un’equità sociale senza precedenti.

I casi clinici come Ariadne sono rarissimi e per lo più non sono mai stati un problema. Vivono come esseri di fiaba dimenticati da un mondo che è andato oltre l’ignoranza.
Come ogni giorno passeggia nel suo giardino, occupandosi amorevolmente del fitto intrico d’edera e vite che vi proliferava ovunque formando cunicoli e meandri, i quali per i pochi che li hanno visti erano una chiara immagine della sua mente malata. Di notte, quando nessuno poteva vederla, si muoveva ondivaga fra quelle tortuosità con passi lenti che somigliavano a una danza preistorica. Prigioniero al centro del giardino, avviluppato da viticci e pampini, stava un vecchio albero d’alloro, di dimensioni impressionanti. I rami più alti svettavano ben visibili anche da lontano e portavano appesi dei frustuli di carta, un materiale obsoleto e deperibile che la giovane recuperava chissà dove. Ognuno di essi portava iscrizioni in caratteri differenti che erano causa di profonda inquietudine per chi li aveva potuti scorgere.

Un’altra peculiarità degli individui come Ariadne è la passione reazionaria per le lingue. Appare incomprensibile, ma sembra che provino piacere nell’addentrarsi nell’alienazione del disperante proliferare di lingue che ha ammorbato la nostra specie per millenni. Oggi sono viste con grande sospetto perché segno dell’imperfezione a cui l’uomo è stato condannato da un dio, apparentemente senza possibilità di riscatto. Eppure ormai Babele è solo uno spiacevole incubo primordiale: l’uomo stesso possiede caratteri divini e parla una sola lingua superiore, sulla cui integrità vegliano esperti moderatori in ogni angolo del globo e programmi di correzione automatica in ciascun dispositivo di produzione testuale.

Dopo aver finito di potare con cura le siepi di rampicanti, si diresse verso il grande portone di

quercia e lo richiuse dietro di sé. Posò le cesoie in un piccolo mobile dalle ante intarsiate di marmi variopinti e salì l’ampio scalone. Gli spazi fra le colonnine del corrimano che fiancheggiava le scale su entrambi i lati erano stati chiusi con assi di legno nella parte esterna in modo da creare lo spazio per inserirvi strette mensole stipate di libri. Tali primitivi e limitanti contenitori di conoscenza foderavano ogni superficie della dimora. Sembrava che Ariadne non avesse fatto altro nella sua giovane vita che recuperarne il maggior numero possibile da mercanti antiquari. Nonostante la magnificenza estetica di una simile collezione, essa e lo studio incessante della fanciulla risultavano insignificanti per colmare la distanza fra la sua mente limitata e il portentoso strumento di cui i suoi simili erano dotati. Era rimasta inesorabilmente isolata nel suo squilibrio, estranea a un’umanità dalla quale il progresso ha estirpato ogni altra forma di malattia mentale.

Percorse il corridoio in cima alle scale fino in fondo, si accovacciò in una delle poltrone sgualcite disposte nell’antro del bovindo e rimase lì seduta con le luci spente, osservando la città in lontananza, ben visibile attraverso le vetrate nel suo sfolgorio di luci intermittenti. Era abituata alla solitudine e non vi faceva ormai più caso. I pensieri le scorrevano fluidi e fulminei nella mente susseguendosi rigorosi ,come perle di un rosario mosse lungo un filo da mani esercitate, e con altrettanta destrezza potevano cambiare direzione più e più volte, arrivando persino a rigirarsi su se stessi, senza smarrirsi.

Le era stato chiaro sin dall’infanzia che tutti coloro che la circondavano non erano in grado di cogliere nemmeno un barlume di questi procedimenti intellettuali. Avevano smarrito tali processi, insieme al desiderio di conoscenza. Molti avevano interpretato il percorso compiuto dall’umanità come un’ascesa prodigiosa, poiché chiamavano la loro condizione attuale onniscienza, riconoscendovi un attributo considerato precedentemente divino. Tuttavia, anziché trarre giovamento dall’enorme massa di dati garantita a ogni individuo, si era diffusa la falsa convinzione che a questo corrispondesse il massimo grado di conoscenza e avevano rapidamente relegato la propria mente al meccanico e mortificante compito di intermediario fra il mondo esterno e l’enciclopedia universale di cui erano artificialmente e miracolosamente dotati. Convinti di sapere tutto, avevano smesso di porsi domande: il loro cervello non interrogava più se stesso, ma l’enciclopedia a cui era connesso, con lo stesso fiducioso e stolto abbandono con cui si interrogavano nei tempi antichi gli oracoli. La loro portentosa evoluzione consisteva in realtà in una parziale atrofia cerebrale, compensata grottescamente dall’affinatissima tecnologia creata dalle generazioni precedenti. Della generazione attuale nessuno sarebbe stato in grado di inventare da zero, con la propria capacità creativa le stesse tecnologie. Ariadne, come forse pochi altri sporadici esseri sapeva che il tempo dell’uomo sulla Terra era destinato ormai a una fine imminente. Rifletteva sull’ironia crudele che faceva di lei – considerata irrimediabilmente malata e destinata all’estinzione, e per giunta incomprensibile persino a chi avesse voluto provare a dare ascolto alla sua voce – l’unico vero oracolo attendibile. Questo le ricordò un antico racconto scritto in una lingua del Mediterraneo, in cui si narrava la storia di una prigioniera di guerra che vaticinò la fine dei suoi oppressori proprio mentre questa veniva messa in atto, ma a nulla servì, poiché era stata condannata a restare per sempre inascoltata da un dio che, amandola, non era da lei stato corrisposto. Disgraziatamente si sentiva più intimamente vicina a una donna forse mai esistita millenni addietro che allo sconosciuto che era entrato pochi giorni prima nel suo giardino, benché suo coetaneo.

Era stata una faccenda piuttosto curiosa, poiché normalmente l’umanità intera dimostrava un assoluto disinteresse nei suoi confronti, come del resto ormai per ogni cosa del mondo che non fosse essa stessa. Doveva essersi addentrato nel giardino incuriosito dai fogli ondeggianti fra i rami d’alloro. Si trattava di semplici citazioni, ognuna tratta da una diversa tradizione linguistica di cui era riuscita a padroneggiare abbastanza gli elementi per poterne leggere alcune opere significative e da queste scegliere un passo particolarmente amato da donare al vento come al vento soltanto era condannata a rivolgere ogni sua parola. Nessuno ormai compiva più atti così insensati, comprensibili solo per chi vi cogliesse un valore simbolico. La concezione stessa di simbolo stava scomparendo, insieme alla capacità di articolare frasi complesse.

Dunque il forestiero, andando alla ricerca dell’alloro, si era perso nelle vie disegnate dai viticci e fu

allora che Ariadne si accorse della sua presenza, poiché egli scoppiò in singhiozzi disperati quando comprese di non essere in grado di trovare l’uscita. Attirata da un pianto che incomprensibilmente giungeva dal folto del parco di piante infestanti, lo raggiunse. Era persino bello, nonostante si fosse rannicchiato a terra terrorizzato chissà da quale informazione fallace recuperata dalla sua mente in merito alla situazione in cui si trovava. Quando la vide, le venne incontro carponi e le cinse con le braccia le ginocchia, guardandola supplichevole. Intenerita dalla confusione del giovane, lo prese cautamente per mano per indurlo a rialzarsi e lo accompagnò lentamente fra le siepi. Strappando alcuni dei rami più teneri qua e là, mentre camminavano verso l’uscita, intrecciò per lui persino una ghirlanda decorata con bacche d’edera e pampini, pensando che in tale forma li avrebbe trovati meno spaventosi. Era stata gentile con lui, ma ugualmente non lo rivide più.

Il giorno seguente ricevette un’altra visita inattesa, ben più inquietante. Un signore distinto, con i capelli grigi aggiustati di fresco dal barbiere, suonò il campanello. Lo raggiunse al cancello e lo condusse attraverso il tortuoso giardino in silenzio, sorridendogli, fino all’uscio di casa. Con un gesto della mano lo invitò a entrare, lo fece accomodare in un salottino traboccante di libri come il resto della casa e gli servì un tè in un servizio di porcellana finissima sebbene sbrecciata e crepata in più punti, mentre l’uomo non riusciva a smettere di guardarsi attorno esterrefatto. Quando il vapore del tè si levò dalle tazze in riccioli voluminosi appannandogli gli occhiali, si ricompose e, sfregando con cura le lenti, iniziò a presentarsi parlando come se si stesse rivolgendo a uno straniero o a un analfabeta. Ariadne lo interruppe: “Probabilmente è stato male informato sul mio conto e per questo è convinto che io non possa comprenderla se non parlandomi a monosillabi, ma le assicuro che sono perfettamente in grado di capire ogni suo discorso”.

L’emissario sociale, così infatti si era qualificato, annuì energicamente con il fare di chi ha perfettamente colto il nocciolo della questione e proseguì, smentendosi simultaneamente: “Non servire che lei spiega me niente. No preoccupare. La società vuole trovare soluzione migliore per tutti. Domani, ore 11, potrà fare esami utili per sua salute in ospedale”.

Ariadne provò in modo più diretto: “Guardi che la capisco meglio se parla in modo normale.” “Certo, certo. Nessuno dice il contrario” rispose con tono condiscendente.
“Non ho bisogno di cure. Sono già stata visitata. Non c’è cura nel mio caso” aggiunse lei piuttosto seccamente.
“Non ci sono cure, giusto. Esistono però alternative” egli pronunciò le ultime parole con una gentilezza tale da farla rabbrividire.
“Forse non ci stiamo capendo: voi non potete fare nulla per me. L’unico vero problema è che ci è impossibile comunicare, poiché la vostra mente non vi permette di comprendere altro che ammassi di informazioni sintetiche e predigerite e, nell’arrogante convinzione di dominare tutto lo scibile, non provate alcun desiderio di conoscere ciò che vi è incomprensibile. Vi state accomiatando dalla vita come asceti che vivendo imparano a morire”.
Il funzionario interruppe il suo impeto con indulgenza affettata: “Comunicare…sì, la comunicazione è uno dei perni attorno a cui ruota la società contemporanea. Lei ha afferrato appieno: la questione è la sua incapacità di esprimersi, e questo, va da sé, fa di lei un problema.” Ariadne prese fiato con l’intento di protestare, ma prima che vi riuscisse il vecchio riprese: “Nello stesso discorso affianca incoscientemente concetti come comunicazione, ascesi e morte. Non solo lei è folle, ma vi è anche qualcosa di nefando e pericoloso nella sua mente, un’indecenza che è riflessa nel modo in cui conduce la sua esistenza insensata. Risiede immersa nei rifiuti in un luogo disumano e perverso. E non è tutto: si spinge persino a godere dello sgomento e dell’orrore che esso provoca negli altri”. Ariadne sussurrò stravolta: “Lei farnetica. Ciò che afferma non ha alcun senso”.
Il burocrate assunse un tono inquisitorio: “Nega di essersi compiaciuta di fronte al panico di un giovane sprovveduto?”.
“Naturalmente lo contesto. Gli ho sorriso per rincuorarlo, se è a questo che allude” la sua voce era fioca.
“E con lo stesso intento gli ha donato un oggetto maledetto?” la incalzò esultante.
“Ma di che cosa sta parlando? Non la capisco. La prego, se ne vada” un pallore lunare le era calato sulle guance.

“Il ragazzo si è tolto la vita. Il suo corpo dondolava appeso al ramo di un albero, il collo cinto da sarmenti di vite e tralci d’edera” i suoi occhi irradiavano trionfo.
Ariadne si sentì perduta. Barcollò sopraffatta dal dolore e maledì tra sé e sé la propria leggerezza. Poi incrociò nuovamente lo sguardo del suo interlocutore e notò l’incongruità della sua espressione. Capì che mai vi si sarebbero potute scorgere tracce di pena o compassione e lo cacciò con parole risolute: “Avete preferito il conoscere al comprendere e vi siete ormai ridotti a esseri aridi e insipidi. Quella che considerate onniscienza non è che sconfinata stoltezza e non sapete vedere l’ovvio: il destino della vostra stirpe è segnato. Porti il suo pensiero empio lontano dalla mia dimora e non osi fare ritorno” il suo sguardo dardeggiava sdegnoso. L’uomo, annichilito, trovò in quelle parole conferma della natura distruttiva della donna e fuggì. Nell’attraversare il giardino si perse come già era accaduto al giovane il giorno prima. I suoi lamenti l’avevano angosciata fino a sera, quando infine egli trovò per caso l’uscita.

Mentre riviveva per l’ennesima volta nel ricordo gli avvenimenti recenti, si addormentò, senza rendersene conto, e scivolò rapidamente in un sogno dolcissimo. Correva nel labirinto del suo giardino all’ora del tramonto. La luce filtrava rossa e liquida spezzando le ombre azzurre della sera. Correva folle di gioia, come una bambina divertita dal gioco e impaurita dalla sua serietà, le guance ardenti, il collo caldo, le mani fredde per l’umidità che calava fra la vegetazione. Nel sogno non solo il giardino, ma anche lei era bella, quasi una creatura sovrumana. I lembi del suo vestito si sollevavano dietro di lei, lasciando intuire il suo percorso al giovane, lo stesso che proprio lì si era smarrito, che la inseguiva ridendo e gridando il suo nome con finta disperazione.

Infine gli riuscì di afferrarla per un braccio e lei si voltò a guardarlo felice, ma subito si accorse che non era più lui. Due uomini la tenevano ciascuno per una mano, con delicata fermezza, come chi afferra un gatto che gli appartiene, e, rivolgendole sorrisi distanti come le stelle, la condussero ai piedi dell’albero. Insolitamente portavano posate sul capo una corona di foglie d’alloro l’uno e d’edera e vite l’altro. Il primo aveva uno sguardo limpido e atroce e un incarnato d’alabastro, mentre la pelle del secondo era resa bruna dal sole e gli occhi, languidi e allungati come quelli di una donna orientale, erano del colore delle viole. Ariadne li riconobbe, ma non osò pronunciarne i nomi. Erano il caos e l’ordine, l’equilibrio e la follia, erano l’essenza dell’umanità ormai perduta, il mistero impenetrabile della sapienza. Senza mai smettere di sorridere, ognuno dei due la trasse a sé e il corpo morbido e ancora caldo della fanciulla, tirato in direzioni opposte, si strappò a metà, lieve come un foglio di carta.

Non si svegliò mai più. Morì arsa viva nel sonno, insieme alla sua biblioteca: le pagine pulsavano vorticandole attorno nel ruggito delle fiamme che purificarono il mondo da tutto ciò che di umano vi rimaneva. Fuori dai cancelli della proprietà i rappresentanti della nuova umanità osservavano il rogo senza mai distoglierne lo sguardo. Reggevano fiaccole con cui avevano appiccato l’incendio e inutili lame, orpelli da folla invasata. Nessuno avrebbe più udito il suono ipnotico di una lingua straniera, perché sulla terra ormai non esisteva che una lingua imbalsamata, non sarebbe più stata composta una poesia, poiché nessuno era più in grado di infondere vita a una metafora, e nessuno più avrebbe danzato in circolo la danza del labirinto, poiché l’umanità si era persa in un labirinto nuovo, senza sangue e senza mito, dove non esiste discrimine, ma solo accumulo.

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L’Antigone in Ade

Persefone: Benvenuta nel regno dei morti, mia cara.

Antigone: Salve, dea.

Persefone: Ecco finalmente la famosa donna che ha preferito essere condannata a morte, piuttosto che accettare il divieto di seppellire il cadavere di un fratello. Non vedevo l’ora di conoscerti.

Antigone: È tardi, mia signora, per potermi conoscere. Ormai sono morta. Non sono più che un ricordo.

Persefone: Che cosa vuoi dire? Non sei stata tu a scegliere la morte? Perché ora la svilisci? Non sono forse tue le celebri parole “Ben più a lungo dovrò essere cara ai morti che ai vivi”?

Antigone: No, non sono parole mie. Io ho amato la vita e i vivi, è per loro che sono morta. Tu avrai sentito raccontare la mia storia da uomini.

Persefone: Eppure sei qui per amore di un fratello che ormai era morto, hai ritenuto il suo cadavere a te più caro della tua stessa vita.

Antigone: Che non abbia capito Creonte non mi ha sorpresa, ma che proprio tu, Persefone, non comprenda, mi meraviglia.

Persefone: È quindi vero ciò che si dice? Hai preferito morire piuttosto che continuare a vivere infrangendo la legge divina che impone di avere cura della salma di un congiunto celebrando i riti prescritti?

Antigone: Con sacro rispetto parlando, sarai pure dea e sovrana degli inferi, ma mi sembri priva non solo di onniscienza, ma persino di acume. Ti ho appena detto che amo sopra ogni cosa la vita, non gli dei; senza che questo si traduca in alcun tipo di disprezzo nei vostri confronti, intendiamoci, non coltivo questo tipo di pregiudizi. Voi divinità olimpie fra tutte siete poi le mie predilette, incuranti come siete di mostrare attraverso azioni spesso avventate e sciagurate, se non persino goffe e ridicole, il vostro lato più vitale.

Persefone: Tu sì che sei abile nell’aspergere di miele il boccone amaro del farmaco! Non è necessario comunque, sono abituata alle angherie di voi anime perdute, non preoccuparti, non la prendo più sul personale ormai. Da vivi mi rintronate le orecchie di salamelecchi imploranti e poi, appena abbiamo occasione di incontrarci dal vivo – pardon – di persona, vi comportate come se fosse colpa mia se avete perso la vita per aver solcato baldanzosamente il mare in tempesta o tradito una moglie collerica. Da morti diventate incredibilmente rancorosi, sebbene nichilisti. Ma tornando a noi: ancora non capisco in che modo la tua morte dimostri un’amore per la vita. Spiegati meglio e non fare la Pizia, suvvia.

Antigone: Non volevo atteggiarmi a profetessa invasata, pensavo solo che il senso delle mie affermazioni fosse ovvio per chi come te è stata caricata di peso dal suo futuro marito su un carro in corsa e trattenuta in una dimora tetra come l’oltretomba con lo stratagemma di offrirti un melograno maledetto. Non solo Ade ha strappato il tuo corpo, come se fosse parte del paesaggio, dal giardino in cui giocavi con le Ninfe, ma ha fatto sì che vi si insinuasse con l’inganno il veleno che l’ha trasformato irreversibilmente in proprietà del regno dei morti. Ed eccoti qua: una fulgida dea che non può disporre liberamente del suo corpo e della sua vita, se poi si possa dire di voi divinità che ne siete dotati.
Mio fratello era morto ormai, è vero, ma il corpo era l’ultima sacra traccia del passaggio della sua esistenza sulla terra, destinato a rimescolarsi alla vita disperdendovisi. Né Creonte né le leggi dello stato dovevano avere il diritto di disporre del suo corpo come di un oggetto, per di più sgradito. E gli dei non c’entrano con tutto ciò. Sono le vostre leggi a riconoscere la sacralità della vita e non la sacralità della vita a essere sancita dalle vostre leggi, sarai d’accordo con me, tu che il giorno in cui hai perduto il piacere di camminare tra i fiori primaverili hai pianto tanto da convincere tua madre, dea delle messi, a imporre un inverno permanente all’umanità finché non ti venne concesso di tornare sulla terra per metà dell’anno.
Sono morta perché la follia di un tale illegittimo potere diventasse evidente a tutta la cittadinanza e vi fosse di conseguenza una maggiore probabilità che ciò cambi. Non sono morta con gioia, ma con rammarico. Non so quale assurda follia alberghi negli animi dei poeti che cantano esaltati la bella morte. Sono uomini, credo che sia questo il problema. Pensano che il corpo sia utile solo quando, muscoloso e scintillante d’olio, si slancia alla conquista di imperitura fama in battaglie e gare atletiche, per il resto coltivano la convinzione che sia irrilevante nell’esprimere l’essenza di un essere vivente, compito invece del pensiero. Scommetto che qualcuno di loro arriverà un giorno, se già non è accaduto, persino a sostenere che l’anima, eccellente e infinita, vive nel corpo come in una prigione.
Noi due, che abbiamo il sommo privilegio di essere relegate per sempre in questo luogo (letteralmente) dell’anima, possiamo invece affermare con amara certezza che ben più tremenda prigione è l’esilio dell’anima dal corpo. Alle nostre menti resta solo lo struggente ricordo di tutto ciò che esso ci ha permesso di conoscere ed essere. Mai più potremo distinguere un raggio di luce che ferisce l’ombra, mai più sentiremo il profumo dei fiori di tiglio passeggiando al tramonto o l’odore rasserenante della pelle dell’amato, e non ci sarà più concesso di toccare con le piante dei piedi l’erba rorida all’alba o accarezzare il pelo tiepido del collo d’un puledro. E se non avessimo avuto occhi, naso, mani e piedi, se non avessimo mai avuto sangue, oggi non conosceremmo nulla di tutto ciò che ho elencato, non avremmo nemmeno memoria.
Eccola la sacralità del corpo: ci scorre dentro, palpita, batte e ci determina, non abbiamo bisogno che siano gli dei a sancirla e nessuna legge umana dovrebbe dimenticarla. Alle donne è dato comprendere tutto ciò con maggiore naturalezza e questo fa di noi esseri benedetti. Mia sorella Ismene mi disse, per dissuadermi dal trasgredire al decreto di Creonte, che dovevamo ricordarci di essere solo due donne, incapaci di tener testa agli uomini che ora detengono il potere. Si potrebbe pensare che con il mio agire io abbia voluto far valere il pensiero di una donna, oltrepassando un limite imposto a me in quanto donna, ma non è così. Sono morta perché ho scelto di dare espressione a quanto di più umano risiede dentro di me e ho infranto una legge che calpesta l’umanità. Tutto ciò è stato chiaro e inevitabile per me, questo sì, perché sono donna e il mio corpo mi ha insegnato chi sono, Ismene invece ha lasciato che le venisse spiegato da un uomo e perciò non ha compreso la mia scelta.

Persefone: Ora basta parlare, cara, è il caso di dire che avremo l’eternità per farlo. Solo una volta all’anno invece, in occasione delle feste Antesforie, che gli uomini celebrano in mio onore al dischiudersi dei primi fiori, gli dei concedono alle anime dei morti di risalire verso la superficie per allietarsi della vita e della luce.
Sei stupita. L’hai sempre ritenuta una favola per ingenui, giusto? Vieni, mia diletta miscredente, sorreggimi durante la salita: l’umidità dell’averno mi è entrata nelle ossa.

De-siderio

La storia che qui si racconta ha radici profonde.
Il mondo era già antico: l’umanità nasceva allora.
Due esseri appena nati aprirono gli occhi dopo un sonno immemore e videro il luogo che li avrebbe accolti fino alla loro morte e per le generazioni a venire. Ciò che videro era la nostra Terra, vasta e apparentemente deserta.
Per un breve momento si guardarono attorno smarriti, poi la donna compì il gesto più antico, provò il sentimento più antico: volse il suo sguardo verso il cielo e vide le stelle, provò un’inspiegabile nostalgia.
In quel momento l’uomo la stava osservando e improvvisamente vide i suoi occhi accesi da milioni di luci e sul suo volto balenare un’espressione di dolente dolcezza: l’umanità, appena nata, conobbe le stelle, la nostalgia e l’amore.
Questo è ciò che avvenne in principio, ancor prima che essi avessero piena coscienza di sé.
Quale era la loro origine? Le stelle.
Vi avrebbero mai fatto ritorno? Le avrebbero sempre cercate.
Come? A questa domanda rispose per la prima volta il cuore dell’uomo. Perse l’equilibrio e sprofondò nelle vastità siderali degli occhi della donna, saltò un battito e si accorse di esistere.

Più prima che poi

La verità è che le delusioni peggiori non sono, come si potrebbe pensare, quelle che arrivano improvvise e inattese lasciandoti sconcertato e attonito, ma sono quelle che sapevi benissimo che prima o poi sarebbero arrivate.

Si fanno aspettare, rubandoti infiniti momenti persi nel presagirle, rubandoti infiniti slanci di quell’ingenua speranza che ti ha portato a non fare nulla per evitarle, e infine ti rubano infiniti momenti di "sapevo che sarebbe andata così".

Quando una delusione arriva inaspettata c’è di buono che qualcuno o qualcosa a cui attribuire la colpa del tuo attuale stato di profondo sconforto lo si trova sempre. Non è nemmeno necessario essere depositari di una rilevante quantità di fantasia. Se proprio ci si trova a corto di idee è sempre possibile prendersela con il mondo intero, che ha la sgradevole abitudine di dimostrarsi spesso e volentieri ostile con chi proprio non se lo merita, o ancora si può decidere di tirare in ballo il crudele e indifferente destino.

Se invece quella delusione l’aspettavi ormai da tempo, non puoi fare altro che biasimare te stesso per non aver nemmeno provato a trovare un modo per scongiurarla e per esserti limitato ad avere fiducia in qualcosa che evidentemente non la meritava.

 

Una delusione di questo tipo non ti lascia nemmeno quel po’ di confusione che potrebbe in qualche modo distrarti dall’osservarla obiettivamente e dall’analizzare attentamente gli effetti che sta avendo sulla tua ingenua persona, cercando inutilmente di ricordare per quale motivo avevi ritenuto che sarebbe valsa in ogni caso la pena di correre il rischio di rimanere delusa.

 

Nebbia

Se fossi in grado di esprimerlo a parole, lo farei. Lascerei che tutta questa sconfinata angoscia si sciogliesse in calde e morbide parole..gocciolanti, come gocciola la vita dentro di me. Questa esistenza è riuscita a lacerare le fibre pulsanti del mio cuore, che ora lacrima incessantemente. Per ogni goccia che fuoriesce dalle ferite del mio cuore un po’ di forza mi abbandona. Piangere è inutile.

Forse dovrei semplicemente smetterla di cercare di aggrapparmi a quest’ancora di fumo nella nebbia tiepida di sogni che mi avvolge per darmi il conforto che non trovo nella realtà. Dovrei smettere questa vana ricerca di uno stabile appiglio tra le instabilità che io stessa ho creato per me e per quel qualcuno che forse non inciamperà mai nella mia vita..troppo sottile, troppo impalpabile per poterci inciampare.

Dovrei accettare l’inevitabile: cadrò. Sto già cadendo. Nell’aria attorno a me fluttuano le ceneri delle certezze che finora mi avevano dato un’illusione di sicurezza. In quell’evanescente "portosicuro" ho atteso troppo a lungo, sorretta da una fiducia ingenua in qualcosa che non è mai esistito. Nessun sole, nessuna luna per me…solo un pallido grigiore in cui l’aria esita immobile. Nessun suono l’attraversa..non un grido di gabbiano, né il gorgoglio delle onde in questo porto desolatamente vuoto.

Cadere è la cosa giusta da fare…lasciare che tutto vada in pezzi e si sbricioli intorno a me. Conserverò qualche briciola di quello che è stato finora per poter ancora sentire questa dolce nostalgia.

Fero, oiso, enegkon che sei nei cieli

Primo giorno di vacanza…ehm…dubbio atroce: si dice carnevalesca, carnevalizia, carnevalese o carnevaliana? (eviterei il carnevalosa, sì be’..avrei potuto evitare anche tutti gli altri)

Dicevo…primo giorno delle vacanze di carnevale(che scaltra, eh? Ho abilmente raggirato il problema…avrei potuto pensarci prima, o quantomeno, dopo averci pensato, avrei potuto cancellare le assurdità che ho scritto, ma ormai le avevo scritte e mi stavano simpatiche così le ho lasciate). Secondo giorno di marzo, meno 19 giorni al ritorno della primavera, meno 465 giorni al mio diciottesimo compleanno e avrei preferito che la giornata rimanesse solo questo…invece no.

Mia madre qualche minuto fa mi ha ricordato che oggi alle nove ci sarà, come ogni secondo giorno del mese, una messa per mia cugina, questo perché dal secondo giorno del mese di settembre lei non c’è più…come ogni mese mia madre me l’ha ricordato con tono quasi di scusa. Sa perfettamente quanto io trovi questa ricorrenza insopportabile e sa quanto poco io ami quell’edificio…le uniche volte che ci sono entrata è stato per partecipare al funerale di qualcuno a cui volevo bene, per dire addio in un modo che trovo assolutamente sbagliato, per recitare formule religiose a memoria, chiedendomi come sia possibile che io le conosca a memoria dal momento che non ho mai voluto impararle e nessuno ha mai cercato di insegnarmele, indignandomi per come qualcosa di indesiderato sia riuscito ad insinuarsi nella mia mente, prendendo sfacciatamente posto tra i numeri di telefono e i paradigmi dei verbi greci, tra tutte quelle cose che cerco quotidianamente di non dimenticare.

Eppure, benché io sopporti con molta difficoltà anche solo l’idea di passare un’altra serata in quell’edificio, questa sera sarò di nuovo lì..seduta su una scomoda panca di legno lucido a recitare preghiere(già solo il fatto di dire "recitare una preghiera" mi fa sentire così falsa) fino a quando la squallidità di quel luogo e di alcune di quelle persone non mi sembreranno tanto insostenibili da costringermi a non aprire più bocca per evitare di urlare il mio sconforto, facendolo eccheggiare tra quelle alte pareti di mattone rosso e le colonne di cemento, sotto a quelle luci artificiali troppo forti, che ti costringono ad abbassare lo sguardo.

mmm…no

e un’altra giornata è quasi strascorsa ormai…(meno 474 giorni)

Oggi sono decisamente tesa…sarà la decima volta che sospiro nell’arco di un quarto d’ora. Il sospiro dovrebbe dare sollievo o è il sollievo che provoca il sospiro? Buona la seconda, mi sa…quindi se sospiro è perché mi sento sollevata, giusto? Perché si dice "tirare un sospiro di sollievo". Ma io non sono affatto sollevata…dunque non è detto che un sospiro debba essere per forza di sollievo. Mi domando quindi che genere di sospiri siano i miei. Forse sospiro perché penso che "tirare un sospiro di sollievo" potrebbe farmi sentire meglio, peccato che non sia così…ok direi di non proseguire questo discorso e di passare ad altro, ammesso che io ne sia in grado.

mmm…no, non sono in grado di scrivere altro per oggi (fortunatamente) quindi torno a cercare di tradurre l’ennesima versione di greco e magari vado pure ad accendere il riscaldamento perché sto congelando…uff quando sono a casa da sola mi dimentico sempre che la casa non si riscalda da sola per magia(questo potevo anche evitare di dirlo, ma ormai l’ho scritto e non ho voglia di cancellare, anche perché passo fin troppo tempo a cancellare le cose che scrivo e che faccio o a cercare di cancellare le conseguenze di quello che dico, perché ormai è troppo tardi per cancellare quello che sono stata così sciocca da dire)