Sogno

Sotto di noi c’era un antico borgo: poche case di tufo ocra e rame illuminate da luci arancioni, calde. Sicuramente era un luogo fuori dal tempo, dove si trovasse, non saprei dirlo. Tutto intorno si stendevano fino all’orizzonte colline d’erba blu, immerse nella notte.

Noi due galleggiavamo nell’aria, e, alla vista delle stelle che si facevano più vicine e luminose, lacrime ci rigavano il viso per l’emozione. Tu eri alla mie spalle. Le tue braccia sfioravano le mie, nell’aria fredda della notte, in un abbraccio d’ali nude. Le nuvole cambiavano forma sfilacciandosi, offrendoci nuovi squarci di cielo. I nostri occhi, resi neri e profondi dalla notte, erano accesi da milioni di luci cangianti.

Poi, con i cuori dissetati di nostalgia, tornavamo verso terra. Risate di vertigine ci scuotevano, mentre le dita dei piedi affondavano in ciuffi d’erba tenera, imperlandosi di rugiada.

E di nuovo saltavamo nell’aria per sorvolare uno specchio d’acqua e avvicinarci al nostro borgo. Decine di rane ci salutavano con gracidii e balzi, schizzandoci i polpacci d’acqua gelida. Lo stagno era il nostro mare ribollente e noi eravamo Poseidone canuto di spuma e la sua Anfitrite dalla chioma nera come l’abisso. I nostri capelli si mescolavano nel vento, trasformati in argento liquido dalle carezze della luna. Ma noi non eravamo alteri sovrani: il solletico dell’aqcua sulle gambe ci faceva rabbrividire in pose buffe e le nostre risate si mescolavano al coro di rane.

Scendevamo verso il suolo al margine del villaggio, dove le strade erano fiocamente illuminate e la luce non poteva ferire i nostri occhi di esseri notturni. Ci tuffavamo tra le fronde di un albero imponente e antico. Mentre poggiavo le piante dei piedi a terra, per non perdere l’equilibrio, afferravo uno dei sui rami. Tra le mani stringevo foglie spesse e carnose, ma soffici e vellutate.

Ti guardavo sorpresa e deliziata e il sogno svaniva.

Finestre

Apro gli occhi. Una luce incolore riempie la parte della stanza più vicina alla finestra sulla parete di fronte al mio letto. Io sono ancora nello spicchio d’ombra. In questa stanza dalle pareti spesse, dal soffitto basso e un’unica piccola finestra, la luce del giorno non raggiunge mai gli angoli più lontani.
Alcune volte sento intensamente la mancanza della luce di quella che era la mia casa precedente. Soprattutto d’estate, nel tardo pomeriggio, la luce aranciata del sole al tramonto invadeva la casa, procedendo parallela  e veloce dall’orizzonte fin nell’appartamento al terzo piano, attraverso le numerose e ampie finestre.
E la casa diventava un luogo magico. La luce arancione trasportava tutto in un’altra dimensione. Ridipingeva le pareti di colori caldi, faceva splendere di rosso il legno antico dei mobili del salotto, colorava le lenzuola dei letti sfatti nella nostra camera di bambine, riempiva l’aria di un pulviscolo scintillante altrimenti invisibile, disegnava un’ombra lunga e sfumata per ogni oggetto e ogni persona. Invitava al silenzio, e a tenere gli occhi bene aperti per lasciare che tutto quel magico arancione li attraversasse e ti entrasse dentro.
Spesso sento la mancanza di momenti simili, ma non ora.
Dal mio angolo d’ombra, stesa sotto al piumone, guardo dritto di fronte a me, oltre la finestra chiusa. E vedo il bianco. Lo stesso bianco che molto probabilmente guarda, affacciato da una torre, il re del castello appollaiato sul masso sospeso in un quadro di Magritte. Il bianco delle nuvole.
Talvolta le nuvole mi fanno il regalo di scendere in questa valle chiusa e stretta.
Si adagiano placide sugli alberi che foderano per loro la terra e la roccia delle montagne, dormono tra le fronde tutta la notte, poi, la mattina, si lasciano attraversare dalla luce fresca del sole finché non si liberano della rugiada e, più leggere, possono tornare verso l’alto.
Durante il loro rito mattutino sono uno spettacolo che non conoscevo e forse mai avrei conosciuto se non fossi capitata a vivere in questa valle. Non conosco più la luce orizzontale della pianura al tramonto, ma conosco l’altalena verticale delle nuvole tra le montagne. Anche in questo caso il luogo in cui vivo viene portato altrove. Mi avvicino alla finestra, guardo fuori e non è strano avere la sensazione di essere in una casa sospesa in un cielo lattiginoso e soffice. Chissà per quanto tempo dovrei nuotare nel bianco prima di raggiungere un’altra abitazione.
Da quando sono qui la mia vita è cambiata completamente. Solo le persone rimangono le stesse, e il cielo, che in un modo o nell’altro riesce sempre a venire a prendermi, anche quando è chiuso fuori dalle finestre, per portarmi in luoghi immaginati e fragili, che durano solo pochi minuti, il tempo di un tramonto o del mutarsi rapido delle nuvole.
Eppure raramente mi sento viva come nei miei occasionali minuti di cielo.

Ogni tanto

Ogni volta che cerco di iniziare a scrivere qualcosa qui, non so perché, scrivo automaticamente "ogni tanto". Che poi sarebbe più spesso un "sempre" o un "una volta" (lo so, sto già iniziando male, ma non passavo di qui da tanto e iniziare a scrivere qualcosa mi risulta un po’ faicoso), ma "ogni tanto" mi piace di più…dà l’idea di qualcosa che non capita tanto spesso da poter essere dato per scontato e nemmeno tanto raramente da poter sembrare strano. Fa pensare a quel genere di cose normali che vorresti non smettessero mai di succedere. Come "Ogni tanto la mattina, quando mi sveglio, oltre la finestra non si vede nulla che non sia il bianco delle nuvole che di notte scendono tra le montagne e la mattina alle sei sono ancora troppo umide per scappare in cielo." o "Ogni tanto mia sorella si nasconde dietro l’angolo sulle scale per farmi spaventare, ma io arrivo sempre molto dopo quando ormai se ne sta seduta su un gradino annoiata. Così è lei che si spaventa vedendomi arrivare all’improvviso. Tuttavia, dopo essersi ripresa, non rinuncia a gridare "bu!" e ovviamente, nonostante la cosa non abbia assolutamete senso, io mi spavento comunque e così non riusciamo a smettere di ridere mentre saliamo la scale fino alla nostra camera appoggiandoci l’una all’altra per non cadere." o "Ogni tanto, se arrivo in anticipo in città, prima di andare a scuola, mi fermo in un bar e, mentre faccio durare un latte macchiato mezz’ora, la guardo mentre si sveglia, la città. E oltre quella vetrina passa tutta quella gente che mentre cammina si stringe un po’ nelle spalle e sembra raggomitolarsi su se stessa come se cercasse ancora di nascondersi sotto le coperte. Così puntualmente mi lascio prendere dalla malinconia e mi ci crogiolo finché non mi vengono quasi le lacrime agli occhi per quanto vorrei avere qualcuno da abbracciare in quel preciso momento." o "Ogni tanto quando leggo sul pullman, tornando a casa, non sento le persone che mi chiedono se il posto accanto al mio è libero. Così queste si vedono costrette a domandarmelo per la seconda volta, magari provando ad alzare un po’ la voce, e io rispondo sorridendo esageratamente e insensatamente perchè mi sono appena resa conto di quanto mi piaccia quello che sto leggendo." o "Ogni tanto, qui in centro a Bergamo, passo davanti a una libreria piccolapiccola. Due volte ci sono entrata, quindi quando passando cerco di sbirciare dentro attraverso la vetrina e non riesco a vedere nulla a parte la schiena della proprietaria, posso immaginare comunque tutto quello che c’è intorno: gli scaffali partono da terra e arrivano su su in alto fino al soffitto, non c’è una sola parete che non sia completamente ricoperta da libri, ci sono banchi pieni di libri anche centro del locale, tanto che, se ci fossero più di tre persone, sarebbe un continuo "Permesso" "Mi scusi" "Prego" "Oh, mi spiace" "Non si preoccupi", e, non so perchè, ma in quella libreria i libri mi sembrano sempre più colorati che nelle altre. Comunque quello che volevo dire è che ogni volta mi ritrovo a pensare che se potessi entrerei e chiederei alla proprietaria di fare cambio, di essere me e di lasciarmi essere lei, anche solo per un po’, di lasciarmi osservare le persone che si chiedono scusa mentre si urtano senza allontanare lo sguardo dagli scaffali. E poi la vetrina è già passata via, ma io continuo a perdermi tra quei libri colorati." o "Ogni tanto sono da sola in un’aula il lunedì mattina. Un’aula tutta bianca, con il soffitto altissimo. Quando entro di solito le veneziane sono ancora abbassate, così ne alzo una a metà e poi, se non ho altro da fare, scrivo sulla lavagna. Poi cancello. Poi riscrivo. Per tutta l’ora. E non faccio più caso a quel soffitto così alto e a tutte quelle sedie vuote e silenziose."
è che a volte quando scrivo vorrei poter iniziare con un "c’era una volta…", ma poi non avrei nulla da scrivere, così torno al mio solito "ogni tanto…"

(Ho rinunciato a scrivere qualcosa di sensato già dalla prima parentesi quindi se arrivati a questo punto non capite quale sia il senso di questo post, non preoccupatevi, è normale.)

Stelle filanti

Un po’ di me cammina “un pochino storto verso il niente” e il po’ restante di me non cammina affatto, contento di stare quietamente addormentato in un angolo raramente raggiunto dalla luce sognando passeggiate sotto i tigli e rivivendo momenti già trascorsi…quando si dice “saper vivere il presente”.

C’è che fra tre mesi e meno di undici giorni compirò diciotto anni.

Lo desideravo così tanto cinquecento giorni fa che ora trovarmi a pensare che vorrei solo avere un po’ più di tempo, mi coglie impreparata. Perché l’ho desiderato tanto, e a lungo, e credo di volerlo ancora, ma allo stesso tempo vorrei potermi sentire piccola ancora un po’.

E continuo a pensarci mentre scrivo queste cose a matita sul pezzo di muro sotto al calendario di cui ho appena voltato la pagina di febbraio.

Continuo a pensarci mentre soffio piano per far dondolare le stelle filanti che scendono dalla mensola sul mio letto.

Penso ai bambini che le hanno lasciate nella piazza in cui le ho raccolte e a come mi sento fuori posto nei miei diciassette anni e quasi nove mesi, ora, senza poter essere piccola e senza poter essere grande, mentre mi chiedo cosa voglio veramente e non so trovare una risposta se non “tornare a casa”, quando a casa ci sono già in questo momento.

Fortuna che ci sono le pozzanghere

Seduta accanto alla finestra sorseggiando una tazza di decotto d’anice stellato accompagnata da una fetta di torta sulla quale ho aggiuto tanta cannella che risulterebbe immangiabile per chiunque (me esclusa ovviamente), sbircio la strada di fuori. Il lampione sotto casa deve essersi stancato di illuminare inutilmente tutta notte la strada deserta e ha deciso di spegnersi. Così l’unica luce che illumina il salotto questa sera è quella del lumino che tremola accanto al vocabolario di greco ancora aperto, coprendone le pagine di ombre anziché di luce. Un lungo sospiro e poi ancora un sorso di decotto, facendo tintinnare sul bordo della tazza il mio cucchiaino preferito (l’ultimo cucchiaino rimasto del vecchio servizio d’argento della nonna, che non ho idea di come sia finifo a casa mia). E tutto quello che riesco a pensare fa più o meno così: sta notte dovrebbe piovere. Domani mattina, quando dovrò uscire di casa alle otto per andare a scuola preferirei che ci fossero le pozzanghere per strada, così non dovrò nemmeno alzare lo sguardo per vedere il cielo. Di solito la mattina me ne dimentico. Di alzare lo sguardo intendo. E anche del cielo, a dire il vero. Se ci fossero pozzanghere tutte le mattine, dimenticarsene sarebbe più difficile.
La tazza è vuota. E nemmeno mi ero accorta che il lumino si fosse spento. Chiudo il vocabolario, do due giri di chiave alla porta di casa e nel frattempo, sollevandomi sulle punte dei piedi, cerco di vedere il lampione oltre la finestra. Magari ci ha ripensato. Magari dovrei ripensarci anche io a certe cose, invece di passare le serate a desiderare pozzanghere pur di scacciare altri pensieri. Cerco a tastoni la bambola sul divano. Era la mia preferita, più del cucchiaino. Il regalo per il mio settimo compleanno. Non ricordavo più nemmeno di averla e qualche giorno fa è saltata fuori chissà da dove. E improvvisamente ho di nuovo sette anni e il cielo sembra di nuovo qualche decina di centimetri più lontano. Fortuna che ci sono le pozzanghere. Il lampione non ci ha ripensato, ne sono sicura, ho controllato.

Francesco Guccini – Poveri bimbi di Milano

Quando son nato io pesavo sei chili: avevo spalle da uomo e mani grandi come badili.
Quando son nato io eran davvero tempi cupi e le mie strade erano piene di iene e di lupi.
Quando son nato io la morte stringeva la vite e la gente del mondo ingoiava cordite.
Poveri bimbi di Milano coi vestiti comprati all’Upim,
abituati ad un cielo a buchi che vedete sempre più lontano.
Poveri bimbi di Milano, così fragili così infelici,
che urlate rabbia senza radici con occhi tinti e con niente in mano.
Poveri bimbi di Milano, derubati anche di speranza
che danzate la vostra danza in quello zoo metropolitano.
Poveri bimbi di Milano con fazzoletti come giardini,
poveri indiani nella riserva, povere giacche blu questurini.
Quando son nato io c’era la fame nera e la vita d’ognuno tirava il lotto ogni sera.
Quando son nato io le città erano cimiteri e la primavera sbocciava sopra ai morti di ieri.
Quando son nato io alla fine ci fu gran festa e l’uomo si svegliò dal sonno, aprì gli occhi e rialzò la testa.
Poveri bimbi di Milano, dall’orizzonte sempre coperto,
povera sete di libertà costretta a vivere nel deserto.
Poveri bimbi di Milano, dalle musiche come un motore
col più terribile dei silenzi: la solitudine del rumore.
Poveri bimbi di Milano, figli di padri preoccupanti,
con un esistere da nano e nella mente sogni giganti.
Poveri bimbi di Milano, numerosi come minuti,
viaggiatori di mete fisse, spettatori sempre seduti.
Quando son nato io, come capita a tutti, il tempo uguale e incurante imponeva i suoi frutti.
Quando son nato io nel rogo di San Silvestro si bruciava il passato e il peccato col resto.
Quando rinasceremo come il sogno d’un uomo bruceremo il futuro in piazza del Duomo.

Di portoni e finestre

Quando si chiude una porta, si apre un portone, dicono.

L’ho sempre considerata la classica frase di circostanza, il solito modo per dire qualcosa ad una persona che evidentemente sta soffrendo, e a cui ti senti in dovere di offrire una parola di conforto, senza dirle effettivamente nulla, perché tutto quello che sta dietro a quelle nove parole (sì, le ho contate. Tre volte. Per non rischiare di trovare un commento che mi dicesse: “oh cretina, le parole sono solo otto!”. E adesso sto sperando vivamente di non aver sbagliato a contarle per ben tre volte, perché sarebbe molto imbarazzante) è semplicemente “Vederti in queste condizioni mi dispiace sinceramente, ma non abbastanza da convincermi a dimenticare per un momento le mie di porte chiuse e non ho davvero tempo per cercare di capirti, ho anche io i miei problemi. Sono sicuro che in qualche modo ne verrai fuori, in fondo nessuno è mai morto per una sciocchezza simile.” cioè è semplicemente una sorta di compromesso con la propria coscienza… “io non le ho voltato completamente le spalle, le ho rivolto almeno una parola di conforto. Certo, avrei potuto fare di più, ma proprio non ne ho avuto la possibilità e il tempo (diamo la colpa al tempo che almeno non si corre il rischio che ribatta alle accuse che gli vengono rivolte). Io ho fatto quello che ho potuto. E questo è quanto.”

Bene, mi sto dilungando un po’ troppo…tutto questo per dire che ogni volta che qualcuno per consolarmi se ne è saltato fuori con quest’infelice modo di dire io mi sono sempre trattenuta a stento dal lanciargli un’occhiataccia e dall’aggiungere un commento poco simpatico e mi sono sempre limitata a rispondere con un sorriso poco convinto senza darmi nemmeno la pena di prendere in considerazione il fatto che quelle parole avrebbero potuto significare davvero qualcosa. 

E alla fine, come mi capita fin troppo spesso, mi sono ritrovata a farlo solo molto tempo dopo. Ho passato qualche giorno a guardarmi intorno un po’ disorientata, cacciando gli occhi nel buio di una stanza vuota, dopo essere stata io stessa a chiudere una porta. Ed è stato in quel momento che mi sono tornate in mente tutte le volte in cui avevo giudicato quella frase stupida e banale. Ed è stato sempre in quel momento che quella frase ha smesso di essere stupida e banale per me e ho cominciato a chiedermi se il detto valga non solo nel caso in cui la porta non si sia chiusa da sola, ma anche nel caso in cui sia stata io stessa a chiuderla. Così quando i miei occhi riuscivano a vedere solo tutta quell’oscurità mi sono aggrappata a quella sciocca frase e ho atteso invano fiduciosa, aspettando che il portone che mi spettava di diritto si aprisse.

Inutile dire che così non è stato, ma questo non mi ha distolto dal riflettere su quelle pluricitate nove parole e alla fine sono arrivata ad una conclusione importante. Forse banale quanto la frase stessa, ma comunque importante, per me almeno: la porta che mi si era chiusa alle spalle non si era chiusa per caso, o comunque a causa di qualcosa a me estraneo, si era chiusa solo perché ero stata proprio io a volerlo, quindi ovviamente aspettare che il caso o qualcosa di a me estraneo aprissero un portone per me non era la cosa più giusta da fare. Così come ero stata io a chiudermi alle spalle la porta, avrei dovuto essere proprio io a cercare, trovare e aprire il mio portone. E così ho fatto. O meglio, e così ho tentato di fare. Ho cercato a tentoni la maniglia del tanto ambito portone senza trovarla, ho sbattuto un paio di volte la testa contro il muro e mi sono seduta a terra con la testa fra le ginocchia e le guance rigate di lacrime, convinta che da quella stanza non sarei più uscita. Delusa e arrabbiata con me stessa e con “tutto il resto” (anche tutto il resto è difficile che riesca a controbattere), però ci avevo provato sul serio a trovare il portone, ci avevo creduto davvero, le mie lacrime in quel momento non erano solo un piangersi addosso, avevano più senso, più forza e forse è proprio per questo che alla fine li ho sentiti: tre sonori colpi contro il vetro di una finestra che non avevo notato perché più in alto rispetto alla maniglia del portone che mi ero aspettata di trovare. In fondo cosa importa se non sono uscita da un portone, ma da una finestra? Tra l’altro i portoni non mi sono mai stati molto simpatici, troppo “oni”, dico io. La finestra invece era perfetta, mi sono dovuta arrampicare per raggiungerla, ma ne è valsa la pena. Quando sono finalmente riuscita ad uscire ho notato una familiare figuretta ammantata di blu che si allontanava in tutta fretta agitando una mano in segno di saluto. Non importa che se ne sia andata così di corsa, se è stata proprio lei, la mia Felicità, a bussare alla finestra, è sufficiente sapere che io sia ancora capace di vederla, anche solo ogni tanto, perché basta anche un solo momento di quella felicità irragionevole, e proprio per questo più vera, a farmi dimenticare l’angoscia delle lacrime versate quando sembrava che ci fossero solo muri contro cui sbattere la testa. E ritorno a raccogliere papaveri ai bordi della strada sulla via di casa, a cantare a squarcia gola sotto la doccia, a ridere, piangere o trattenere il fiato anche solo per una storia che leggo tra le pagine di un libro, a respirare più a fondo l’aria fresca della sera che sembra dilatare i minuti e darmi il tempo di assimilare ognuna delle sensazioni che la giornata mi ha lasciato sulla pelle, ad addormentarmi serena, senza avere paura che il giorno seguente possa essere triste e vuoto, perché non ci possono essere giorni del tutto tristi e vuoti a meno che io decida di non viverli affatto.

Amicizie immaginarie

Oggi pomeriggio siamo rimasti soli. Lui ed io. Il Silenzio ed io. Ormai siamo abituati l’uno alla presenza dell’altro. È una piacevole compagnia, la sua. Se lui pensi lo stesso della mia non saprei dirlo, ma suppongo di sì, considerato quanto sovente decide di farmi visita ultimamente. Penso che si diverta ad osservarmi camminare in punta di piedi. Chissà perché, quando la casa è vuota e c’è Silenzio, cammino in punta di piedi senza nemmeno rendermene conto. Le prime volte che mi accorgevo sorpresa di stare camminando in punta di piedi, non potevo trattenere una leggera risata. Così facendo, più di una volta l’ho costretto ad andarsene, il Silenzio, ma ora non rido più…mi limito a scuotere la testa, mi impongo di camminare normalmente e non faccio nessun rumore, perché non voglio che se ne vada. Non voglio rimanere sola. Oggi si è trattenuto più a lungo del solito. È rimasto fino all’ora del tè. Di solito non lo fa mai. Il fischio del bollitore lo infastidisce. La prima volta che l’ha sentito si è così spaventato che per tutta la settimana successiva, ogni volta che è venuto a trovarmi, si è tenuto in disparte osservandomi con sguardo torvo. Da quella volta è sempre sparito poco prima dell’ora del tè (che non è propriamente un’ora precisa. Cambia ogni giorno a seconda di quando decido di mettere l’acqua sul fuoco). Oggi invece mi ha pazientemente tenuto compagnia mentre aspettavo che l’acqua bollisse, mi ha sorriso grato quando ho spento il fuoco poco prima che il bollitore cominciasse a fischiare e si è seduto insieme a me sul tavolo (no, non “al tavolo”, “sul tavolo”), anche lui a gambe incrociate, appoggiando la sua schiena contro la mia, mentre io sorseggiavo il tè il più silenziosamente possibile perché sapere di non essere del tutto sola questo pomeriggio mi faceva sentire al sicuro. Quando ha squillato il telefono è scivolato giù dal tavolo e, prima di andarsene, mi ha rivolto uno sguardo di scuse. Sa che non sopporto che sparisca così all’improvviso. Decisamente contrariata ho spento il telefono e sospirando ho atteso invano che tornasse, ma non è tornato. I sospiri, come le risate e i fischi del bollitore, l’hanno tenuto lontano da me.