Sogno

Sotto di noi c’era un antico borgo: poche case di tufo ocra e rame illuminate da luci arancioni, calde. Sicuramente era un luogo fuori dal tempo, dove si trovasse, non saprei dirlo. Tutto intorno si stendevano fino all’orizzonte colline d’erba blu, immerse nella notte.

Noi due galleggiavamo nell’aria, e, alla vista delle stelle che si facevano più vicine e luminose, lacrime ci rigavano il viso per l’emozione. Tu eri alla mie spalle. Le tue braccia sfioravano le mie, nell’aria fredda della notte, in un abbraccio d’ali nude. Le nuvole cambiavano forma sfilacciandosi, offrendoci nuovi squarci di cielo. I nostri occhi, resi neri e profondi dalla notte, erano accesi da milioni di luci cangianti.

Poi, con i cuori dissetati di nostalgia, tornavamo verso terra. Risate di vertigine ci scuotevano, mentre le dita dei piedi affondavano in ciuffi d’erba tenera, imperlandosi di rugiada.

E di nuovo saltavamo nell’aria per sorvolare uno specchio d’acqua e avvicinarci al nostro borgo. Decine di rane ci salutavano con gracidii e balzi, schizzandoci i polpacci d’acqua gelida. Lo stagno era il nostro mare ribollente e noi eravamo Poseidone canuto di spuma e la sua Anfitrite dalla chioma nera come l’abisso. I nostri capelli si mescolavano nel vento, trasformati in argento liquido dalle carezze della luna. Ma noi non eravamo alteri sovrani: il solletico dell’aqcua sulle gambe ci faceva rabbrividire in pose buffe e le nostre risate si mescolavano al coro di rane.

Scendevamo verso il suolo al margine del villaggio, dove le strade erano fiocamente illuminate e la luce non poteva ferire i nostri occhi di esseri notturni. Ci tuffavamo tra le fronde di un albero imponente e antico. Mentre poggiavo le piante dei piedi a terra, per non perdere l’equilibrio, afferravo uno dei sui rami. Tra le mani stringevo foglie spesse e carnose, ma soffici e vellutate.

Ti guardavo sorpresa e deliziata e il sogno svaniva.

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Spazio per un ricordo

Cinque anni fa circa camminavo lungo una spiaggia deserta.

Per chissà quante persone in questo mondo immenso e vario sarà qualcosa di molto poco eccezionale, ma per una ragazzina cresciuta nella provincia di Milano le cui vacanze estive avevano luogo per lo più nel bel mezzo della Baviera è stato diverso.

Sylt non è un’isola selvaggia o sperduta, ma era la prima settimana di giugno, quindi nel Mare del Nord era decisamente bassa stagione.

Erano le undici di sera e il cielo era celeste. Una foschia primaverile e luminosa sfumava la linea dell’orizzonte nei colori dell’arcobaleno lì dove il sole era scivolato via poco prima.La sabbia sottile e fresca in cui affondavo fino alle caviglie a ogni passo si allargava pulita e non contaminata da altre presenze in ogni direzione. E il mare se la portava via, costantemente. Ogni onda scura orlata di schiuma che incontrava il frangente ne sottraeva una parte, in modo invisibile ma implacabile. Alle mie spalle l’erba che copriva le colline insisteva nel vano tentativo di tenere l’isola insieme, le lunghe radici affondate in profondità nella sabbia.

Per quella ragazzina, di lì a qualche giorno diciottenne, stare completamente sola su quella spiaggia sarebbe stato già abbastanza straordinario e immenso di per sé, ma sapere che l’isola, un istante per volta, veniva cancellata dall’acqua che la circondava ha trasformato un ordinario momento indimenticabile in qualcosa di più incisivo.

Ancora non vedo chiaramente che cosa mi abbia fatto e dove mi stia portando, ma solo oggi, dopo quasi cinque anni, ho capito che quel giorno, in cui tutto era immobile sotto i miei occhi e tuttavia mutava drasticamente senza mai fermarsi, mi ha cambiata in un modo così profondo che nemmeno io sono stata capace di sentirlo finora.

Sono passati cinque anni in cui ho ripensato spesso a quella sera, ma sempre e solo come a un momento indimenticabile e talmente bello da essere commovente. Cinque anni e le lacrime che mi salgono agli occhi ogni volta che lo ricordo non avevano mai avuto altro significato per me: solo un bel ricordo.

E dopo cinque anni mi ritrovo a cercare di capire che cosa mi stanno raccontando del mare dei linguisti tedeschi del secolo scorso o di due secoli fa che devo tradurre per una tesi di triennio per il resto non eccessivamente entusiasmente: i colori, la luce, la profondità del mare che descrivono con tanta accuratezza in una lingua che io comprendo con troppa approssimazione.

Non c’è nessun legame tra i loro tentativi di stabilire esattamente quale sfumatura della sua apparenza cercasse di descrivere Omero con delle parole antiche che nessuno, o quasi, ricorda più e questo mio ricordo, se non lo sforzo d’immaginazione che in entrambi i casi è stato necessario per fare almeno un tentativo di non parlare di un mare di carta. Per capire le loro parole, che nonostante le mie origini tedesche mi sono dolorosamente straniere, ho cercato nei miei ricordi un mare vero ed eccomi qui.

I miei pensieri mi hanno portata fuori tema, perciò sono venuta qui ad appuntare qualcosa che nella tesi non aveva spazio.

Finestre

Apro gli occhi. Una luce incolore riempie la parte della stanza più vicina alla finestra sulla parete di fronte al mio letto. Io sono ancora nello spicchio d’ombra. In questa stanza dalle pareti spesse, dal soffitto basso e un’unica piccola finestra, la luce del giorno non raggiunge mai gli angoli più lontani.
Alcune volte sento intensamente la mancanza della luce di quella che era la mia casa precedente. Soprattutto d’estate, nel tardo pomeriggio, la luce aranciata del sole al tramonto invadeva la casa, procedendo parallela  e veloce dall’orizzonte fin nell’appartamento al terzo piano, attraverso le numerose e ampie finestre.
E la casa diventava un luogo magico. La luce arancione trasportava tutto in un’altra dimensione. Ridipingeva le pareti di colori caldi, faceva splendere di rosso il legno antico dei mobili del salotto, colorava le lenzuola dei letti sfatti nella nostra camera di bambine, riempiva l’aria di un pulviscolo scintillante altrimenti invisibile, disegnava un’ombra lunga e sfumata per ogni oggetto e ogni persona. Invitava al silenzio, e a tenere gli occhi bene aperti per lasciare che tutto quel magico arancione li attraversasse e ti entrasse dentro.
Spesso sento la mancanza di momenti simili, ma non ora.
Dal mio angolo d’ombra, stesa sotto al piumone, guardo dritto di fronte a me, oltre la finestra chiusa. E vedo il bianco. Lo stesso bianco che molto probabilmente guarda, affacciato da una torre, il re del castello appollaiato sul masso sospeso in un quadro di Magritte. Il bianco delle nuvole.
Talvolta le nuvole mi fanno il regalo di scendere in questa valle chiusa e stretta.
Si adagiano placide sugli alberi che foderano per loro la terra e la roccia delle montagne, dormono tra le fronde tutta la notte, poi, la mattina, si lasciano attraversare dalla luce fresca del sole finché non si liberano della rugiada e, più leggere, possono tornare verso l’alto.
Durante il loro rito mattutino sono uno spettacolo che non conoscevo e forse mai avrei conosciuto se non fossi capitata a vivere in questa valle. Non conosco più la luce orizzontale della pianura al tramonto, ma conosco l’altalena verticale delle nuvole tra le montagne. Anche in questo caso il luogo in cui vivo viene portato altrove. Mi avvicino alla finestra, guardo fuori e non è strano avere la sensazione di essere in una casa sospesa in un cielo lattiginoso e soffice. Chissà per quanto tempo dovrei nuotare nel bianco prima di raggiungere un’altra abitazione.
Da quando sono qui la mia vita è cambiata completamente. Solo le persone rimangono le stesse, e il cielo, che in un modo o nell’altro riesce sempre a venire a prendermi, anche quando è chiuso fuori dalle finestre, per portarmi in luoghi immaginati e fragili, che durano solo pochi minuti, il tempo di un tramonto o del mutarsi rapido delle nuvole.
Eppure raramente mi sento viva come nei miei occasionali minuti di cielo.

Nomadire

L’altro ieri sera sono tornata a casa dopo la prima mezza settimana di lezioni accorciata dal carnevale. Ho superato all’ingresso i cani, come al solito in festa per qualsiasi nuovo venuto, ho poggiato la borsa con i libri e sono andata in cucina a fare uno spuntino. Mentre lo condivo è entrata la mia sorellina più piccola (che fra una decina di mesi sarà maggiorenne) e mi ha chiesto così, a bruciapelo:

“Ari, ci vieni con me a Parigi?”
Risposta bofonchiata a bocca piena: “A Parigi?”
“Sì, partiamo la mattina, arriviamo per pranzo, giriamo tra pomeriggio e sera, dormiamo in un ostello e ripartiamo il giorno dopo.”
“Spesa complessiva?”
“Non lo so, ma per l’andata c’è un’offerta a sette euro.”
“Quando?”
“Non lo so ancora.”
“Certo che vengo.”
“Perfetto. Per adesso io mi giro qualche città italiana, poi all’estero ci penso fra un po’. Comincio da Milano. Vieni a Milano con me dopodomani?”
“Marti, per favore, sono arrivata ora giusto da lì.”

Così ho passato la giornata di ieri a farle da consulente per preparare l’itinerario milanese, ricordando alla mia piccola dislessica che non si dice “pinoteca”, ma “pinacoteca”. E ho finanziato la gita con un prestito. Perché mia sorella è una personcina sorprendente. Da un paio d’anni vagheggia un folle viaggio in camper: lei e la sua migliore amica. E in questo mi ricorda tanto me stessa qualche anno fa. Solo che la migliore amica si sta chiamando fuori. Così mia sorella, invece di piagnucolare imbronciata su un sogno sfumato come avrei fatto io al suo posto, si è guardata un po’ in torno, mi ha vista controllare costi di biglietti aerei, guide turistiche e riviste di viaggi e ha trovato la persona perfetta per rimpiazzare la sua finta-titubante amica. Ha eliminato l’investimento camper, considerato l’esiguo peso del mio salvadanaio, si è buttata sui voli last minute, mi ha chiesto “Quand’è che finisci l’università?” e si è illuminata quando le ho detto che dopo la laurea triennale c’è la possibilità che mi fermi un anno.

Lei è sempre stata così: inarrestabile e fuori dalle righe. Come quando all’età di quattro anni avanzava nella neve con ai piedi un paio di ballerine color oro di almeno tre misure più grandi e mia madre, che aveva cercato inutilmente di convincerla a mettere qualcosa di più consono per andare all’asilo con quel tempaccio, si guardava intorno terrorizzata all’idea di che cosa avrebbe pensato di lei chi l’avesse vista tenere per mano quello scricciolo dai piedi fradici. Come quando, più o meno alla stessa età, se non riusciva ad ottenere il sì che voleva, per protesta tentava di trascinare una sedia sul balcone gridando a squarcia gola “No, non cercate di fermarmi. Io mi butto!”

Ora lei viaggia (perché per lei è comunque un viaggio) per le strade di Milano sotto la pioggia e io seduta sul divano di casa di fronte al caminetto le faccio da mappa quando non sa in che via svoltare o quale sia la linea metropolitana da prendere e da dizionario quando non sa che cosa significhi “polittico”.

E tra noi ci sono una miriade di viaggi immaginati e una promessa silenziosa di non lasciarci sole, nonostante le liti, il disprezzo urlato in faccia reciprocamente innumerevoli volte e la stima ricordata solo da lontano senza il coraggio di ammetterla guardandosi negli occhi, nonostante l’abisso tra la sua solarità e la mia lunaticità, nonostante il suo frastuono e il mio silenzio, nonostante la testardaggine di entrambe, il voler avere sempre l’ultima parola e che sia dolorosa. Nonostante tutto continuiamo a crescere insieme, anche ora che la lontananza ci solleva dall’obbligo di farlo. E a pensarci ora i miei occhi brillano lucidi di gratitudine.

Nix, nivis

Due giorni fa:

Papà spalancando la porta della mia camera: "Buongiorno! Sono quasi le otto."
Io: "Non è nevicato nemmeno stanotte?"
Papà: "No, però sta nevicando ora."
Io, che nel frattempo stavo per aprire la porta del balcone ancora con addosso il pigiama: "Lo sai che mi arrabbierò se non è così, vero?"
Papà: "Apri!"

Solo una o due giornate all’anno iniziano così meravigliosamente qui.
La neve cadeva a fiocchi piccoli imbiancando le foglie dell’unica palma del paesino (e, con molte probabilità, anche del resto della Valle Brembana). Poco dopo ero lì fuori anch’io, accanto alla palma rachitica. E per le seguenti tre ore circa sono riuscita magnificamente a dimenticarmi la nuova Arianna seria organizzata pianificatrice che l’università e le conseguenti incombenze economiche hanno creato nell’ultimo anno e mezzo.
Io, pigrapigrissima ragazza, mi sono inerpicata (il sentiero è praticabilissimo, sono io a non essere molto agile) su per il sentiero dietro casa con cinque spire di sciarpa intorno al collo. La sciarpa lungalunga che mi aveva fatto ai ferri la nonna e che mia sorella ha decorato con una decina di ponpon di colori tutti diversi.
Quando sono arrivata abbastanza lontana dal paese da avere intorno solo prati e alberi bianchi, i fiocchi scendevano grossi e lenti, così non ho potuto resistere alla tentazione di assaggiarne uno. E subito dopo mi è sfuggita una risata piccola, che a pensarci ora mi fa sentire un po’ sciocca, ma in quel momento era la cosa più naturale che potesse succedere. Perché non ero l’Arianna seria organizzata e pianificatrice che prende ogni giorno un treno affollato per un’ancora più affollata Milano, in cui ogni tanto deve fermarsi e ascoltare il proprio respiro per essere sicura di esserci anche lei, in mezzo a tutta quella gente che spinge in tutte le direzioni per arrivare da qualche parte. Ero un’Arianna bambina in mezzo al bianco, come nel libro "Cappuccetto Bianco" di Munari, che in tutto quel bianco poteva immaginarci un mondo intero, oppure niente. A suo esclusivo piacimeto. Poteva scegliere se essere sola o no, se poggiare i piedi su un prato innevato o una nuvola serena, se guardare il cielo o un foglio intonso e immenso. In quell’angolino bianco tutto mio ci poteva essere ogni cosa, purché non trasgredisse la regola fondamentale: essere bianca.
Le conseguenze di quella mattina, conoscendomi, sono abbastanza prevedibili: negli ultimi giorni ho riaperto il file pdf di 645 pagine "Corso di islandese moderno", ho finito l’introduzione storica, pagina 29, e mi sono data al massimo tre anni e mezzo.

Unthought known

All the thoughts you never see
You are always thinking
Brain is wide, the brain is deep
Oh, are you sinking?

Feel the path of every day
Which road you taking?
Breathing hard, making hay
Yeah, this is living

Look for love in evidence
That you’re worth keeping
Swallowed whole in negatives
It’s so sad and sickening

Feel the air up above
Oh, pool of blue sky
Fill the air up with love
All black with starlight

Feel the sky blanket you
With gems and rhinestones
See the path cut by the moon
For you to walk on

For you to walk on

Nothing left, nothing left
Nothing there, nothing here
Nothing left, nothing left
Nothing there, nothing left
Nothing left, nothing left
Nothing there, nothing here

See the path cut by the moon
For you to walk on
See the waves on distant shores
Awaiting your arrival

Dream the dreams of other men
You’ll be no one’s rival
Dream the dreams of others then
You will be no one’s rival

You will be no one’s rival

A distant time, a distant space
That’s where we’re living
A distant time, a distant place
So what ya giving?
What ya giving?

Glück

Mi ero ripromessa di non venire qui a scrivere se non avessi avuto nulla in perticolare da dire, ma, mentre me ne stavo qui al computer a vagare completamente persa nel sito dell’università, un cucciolo di cane mi si è addormentato sulle gambe e ora evidentemente sta sognando di correre perché muove tutte le zampotte in modo proprio buffo e mi è venuta tanta voglia di scriverlo da qualche parte. Forse più che per raccontarlo a qualcuno, per sapere che anche se me ne dovessi dimenticare, avrò qualche possibilità di ricordare per caso questo momento, se mi capiterà di rivedere questo post, . Per ricordare la pienezza di un momento così piccolo. Per sapere che non ho bisogno che la mia vita sia perfetta per conoscere la felicità. Che basta così poco. Alcuni momenti sono così perfetti che mi riesce davvero difficile trovare il modo di descriverli o raccontarli. E solo raramente mi è capitato di provare la stessa sensazione leggendone la descrizione o il racconto di altri.
Tre o quattro anni fa ho incontrato una ragazza, di cui ero stata amica da bambina, pochi giorni prima che partisse per il Giappone. Stavamo casualmente iniziando a leggere entrambe due diversi testi di Hermann Hesse, così decidemmo di scambiarli in modo da avere per un po’ la compagnia l’una delle letture dell’altra, sapendo che non ci saremmo riviste per un anno o forse più. Io le diedi "Narciso e Boccadoro" e lei in cambio mi mise tra le mani un libriccino intitolato "La felicità. Versi e pensieri". Sulla sedicesima pagina di quel librino così piccolo iniziava il racconto di uno di quei momenti perfetti che io non ho saputo descrivere, ma che ha esattamente lo stesso sapore.

"E che questa felicità sia durata cento secondi o dieci minuti, era così fuori del tempo che somigliò del tutto alle altre vere felicità come una farfalla in volo somiglia a tutte le altre. (…) Era fatta di niente questa felicità, è fatta della consonanza delle poche cose intorno a me con il mio proprio essere, di un benessere senza desideri, che non chiedeva cambiamento né intensificazione."

Non so che cosa ne abbia fatto lei delle parole raccolte nel libro che le diedi, perché non ci siamo quasi più sentite. Io ripenso a quella strana intimità che si crea tra due persone quasi estranee nel momento in cui si scambiano dei libri e non posso fare a meno di sorridere. Ora è sposata. Non la sento da anni e non so dove viva. Siamo di nuovo estranee, come lo eravamo in effetti quel giorno in cui ci siamo ritrovate dopo anni, con in comune solo alcuni vaghi ricordi di giochi infantili nel sottobosco, tra i ciclamini, e di canzoni suonate da lei con un po’ d’impaccio su un vecchio piano stonato e ascoltate da me con l’ammirazione di una bambina che la musica non sapeva bastasse così poco per fabbricarla. Eppure in ognuno di quei momenti in cui sento di essere riuscita a pucciare un dito in quell’enorme barattolo di miele dorato che è la felicità fuori dal tempo di cui parla Hesse, ripenso a lei e alla semplicità con cui in quel momento abbiamo deciso di affidare l’una all’altra quelle poche pagine che ci appartenevano, regalandoci un pezzetto di quella che sarebbe stata la nostra vita nei giorni seguenti, pur sapendo che in fin dei conti era la vita di un’estranea quella di cui avremmo "rubato" un pezzetto. Il fatto che due imperfette estranee (le perfette estranee temo non possano essere state nemmeno saltuarie amiche d’infanzia) abbiano condiviso alla fine qualcosa di così importante, pur continuando a rimanere tali, mi  lascia senza parole. A volte la vita è davvero bella.

In equilibrio

Sono giorni stracolmi di magone. Mi tengo un nodo in gola dall’inizio di  settembre.
Da quattro anni l’inizio di settembre si porta sempre dietro nostalgia e occhi lucidi. E ancora non riesco ad abituarmi all’idea che sia successo davvero, che mia cugina sia morta.
Quest’anno è diverso però. Quattro erano gli anni che ci separavano, così quest’anno ho esattamente la sua età. Da adesso in poi, ogni giorno che passa per me, è un giorno che lei non ha potuto vivere. E, per quanto possa sembrare triste, questa continua consapevolezza, questo pensiero a cui non posso fare a meno di dedicare qualche momento ogni giorno, mi rende una persona più libera di quanto non sarei altrimenti.
Libera dalla paura di fare delle scelte che segnano punti di non ritorno. Scelte che se fosse per il mio carattere continuerei a rimandare o affiderei a qualcun’altro. Se c’è una cosa che mi hanno insegnato gli ultimi quattro anni è sapere sempre quello che voglio. Chiedermi se ogni mia giornata l’avessi vissuta o me la fossi semplicemente lasciata scivolare addosso. Sapere sempre di essere al mio posto. E tenermelo stretto, il posto che sento mio.
Per la prima volta dopo tanto tempo non mi sento più sballottata qua e là dagli eventi. Per la prima volta nella mia vita quest’anno ho provato la meravigliosa sensazione di essere almeno un pochino padrona di me stessa. E non c’entra nulla la parziale indipendenza economica o l’aver dovuto imparare a stare sola la maggior parte del mio tempo. Dipende tutto dall’aver imparato a scegliere la mia vita ogni giorno. Non è semplice come sembra essere sinceri con se stessi rigurdo a ciò che si vuole per la propria vita, tante sono le influenze esterne.
Così, nonostante il magone di cui parlavo all’inizio, sono probabilmente una persona più felice di quanto non sia mai stata. E un po’ più sicura di me. E soddisfatta di quello che sono. E non è affatto poco.

(Merita di essere visto e ascoltato dall’inizio alla fine: Heima, Sigur Rós)